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Sulla crisi in Georgia

15 Agosto 2008
in Lettere a Strill
Tempo di lettura: 3 minuti
0

Riceviamo e pubblichiamo

Gentile Direttore, le invio questa mia email, con alcune mie brevi
riflessioni sulla crisi in Georgia, come fosse una lettera aperta che,
se lo ritiene opportuno, può pubblicare.

La crisi in Georgia sembra, con molta difficoltà, avviarsi ad una
risoluzione: ma è davvero così? Facciamo un brevissimo excursus degli
eventi. Le mire delle due repubbliche indipendentiste dell’Ossezia del
Sud e dell’Abkhazia, appartenenti alla Georgia ma a maggioranza russa
e nelle quali era presente, prima della guerra, una forza di
interposizione russa, causano un’offensiva di Tbilisi. Per tutta
risposta, Mosca aumenta il proprio contingente nella regione e
contrattacca. La sua azione, però, non si limita a far retrocedere le
truppe georgiane, bensì si spinge, con bombardamenti aerei e con
azioni di terra, fin dentro il territorio georgiano stesso. Le truppe
controllate da Mosca, quindi, sia che siano regolari russe, sia che
siano osseti o abkhazi, arrivano fino a Gori, mentre la forza navale
russa blocca il porto di Poti, grande porto georgiano sul Mar Nero, di
fatto chiudendo alla Georgia lo sbocco al mare e il contatto con gli
Stati ex-COMECON Bulgaria e Romania, oggi forti alleati degli USA e
coinvolti nel progetto statunitense in Europa dello “scudo
anti-missile”. Come nota a latere, si ricorda come tal progetto sia
fortemente contestato dalla Russia e sia fondamentale causa di forti
contrasti.

Ad un certo punto, quindi, sembra proprio che la volontà della Russia
sia quella di invadere e cancellare l’ingenua Georgia, che, forte
della propria alleanza con gli USA (avvantaggiati a loro volta dalla
possibilità di avere un grosso alleato in una zona strategicamente
calda come il Caucaso), sembra aver forse sottovalutato la potenza del
confinante russo. Senonché, la diplomazia internazionale conduce a
termine una fase di intermediazione, ponendo la pace (?) fra i
belligeranti. In questo contesto, le truppe dell’Armata Rossa si
preparano a ritirarsi (sembra, ma lo faranno mai davvero? ndr) da Gori
e Poti, ma nella loro azione non dimenticano di distruggere l’arsenale
militare di Tbilisi, riducendone, così, le possibilità di difesa.

Fin qui i fatti. Speculando su di essi, sembra proprio che, in tutto
questo, la parte del leone l’abbia fatta la Russia e i suoi alleati
osseti e abkhazi. Ma è davvero profondamente così? Veniamo alle
speculazioni.
Sicuramente la Russia ha mostrato al mondo di non essere poi tanto in
decadenza, e di rimanere comunque una potenza quantomeno regionale, in
un mondo multi-polare (si veda la crescente importanza di Cina, India,
Brasile, Pakistan, Iran, etc…) in cui il concetto di super-potenza
mondiale sembra venire via via meno.
D’altro canto, sembra proprio che la Georgia e, di conseguenza,
l’alleato statunitense abbia subito una cocente sconfitta quantomeno
da un punto di vista di importanza. Ma, ripeto, è davvero così? Fino a
ieri, gli USA si erano limitati ad appoggiare economicamente e
politicamente la Georgia; oggi sembrano essere quasi giustificati
nell’aiutare anche militarmente l’alleato georgiano, creando nella
repubblica ex-sovietica una testa di ponte. Il fatto che gli aiuti
umanitari statunitensi in Georgia vengano portati da mezzi militari fa
riflettere al riguardo, e non sarebbe nemmeno la prima volta che gli
USA attuano siffatto metodo di negoziazione: mentre la diplomazia si
muove alla luce del sole, il Pentagono agisce silentemente. Tutto
questo, forse, per rispondere alla mossa della Russia che, nei giorni
scorsi, ha paventato il ripristino della propria presenza militare a
Cuba, in uno scacchiere internazionale sempre più complesso e
particolare. Insomma, venti di guerra fredda, in cui, però, gli
scenari non sono cristallizzati come quelli della seconda metà del
‘900, ma sono oltremodo variabili, proprio a causa della
multi-polarità mondiale.

E le conseguenze degli eventi russo-georgiani recenti potrebbero anche
abbattersi sulle prossime elezioni presidenziali statunitensi. In un
clima di tensione, o addirittura di paura, il (forse, ndr) poco
esperto Obama, più incline al dialogo e forse visto dall’opinione
pubblica americana come più “attendista”, potrebbe fortemente cedere
il passo nelle preferenze degli elettori al (forse, ndr) più esperto
McCain, la cui politica sembra maggiormente similare a quella di G.W.
Bush.

Insomma, in conclusione, le ripercussioni degli eventi odierni
potrebbero anche farsi sentire ben oltre i confini russo-georgiani. In
tutto questo, si percepisce la mancanza di una più profonda
integrazione UE aldilà del livello economico. C’è voluta “un’azione di
forza” della presidenza di turno francese della UE ad evitare una
possibile, logorante discussione a livello dei ministri degli Esteri
degli Stati componenti. In tutto questo, forse, sarebbe ora che
l’Unione Europea si desse una svegliata e divenisse davvero “Unione”.

Carissimi saluti
Matteo Cacciola

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