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Moccianizzati! Tutti alla Mondadori!

20 Giugno 2008
in Storie
Tempo di lettura: 3 minuti
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moccia1                                          di Cristina Turano

Moccia. Federico Moccia. “Tre metri sopra il cielo” e “non quattro”, come qualcuno dice a mo’ di presa in giro, per un pomeriggio protagonista sullo Stretto con i suoi fan “deliranti”. Tanti, -tutti-rigorsamente-mano-nella-mano- quelli che non hanno voluto perdere l’occasione di incontrare dal vivo l’autore di “Scusa ma ti chiamo amore” e così via…. Per tutti: Il “padre spirituale” del “lucchettesimo”. O nomini lui o i suoi film, peraltro anche romanzati che tanto il risultato non cambia: il fenomeno “moccianesimo” continua ad invadere schermi, maxi-schermi, ponti e strade e ovviamente lampioni. Qualche anno ancora durerà, si pensa, si dice in quella parte di generazione “anti-mocciana”.  Vabbè, intanto la Mondadori, che ha aperto una libreria vicino il Mega Toys a Reggio Calabria, ha inviato Moccia a raccogliere pubblicità e consenso.

Esperimento riuscito. 

Ragazze e ragazzi in coda, ansimanti e libri alla mano, per avere l’autografo, magari personalizzato, di “Mr. Moccia”.  Inutili o quasi, i tentativi dell’autore di voler convincere i presenti dell’universalità del suo raccontare. Infatti se anche, come lui ha detto, “i sognatori sono pure adulti”, a parte l’intervento di una signora evidentemente “moccianizzata” (nonostante l’età!), a tremare e sorridere c’erano solo adolescenti. Quasi come le precedenti generazioni avrebbero fatto per Tarantino o Oliver Stone.  Differenze generazionali. Ora, c’è Federico Moccia che ha lanciato anche il “lucchettesimo”. Già, chiuso con gli anellini da fidanzamento magari “romanticamente” arrangiati, ora ci sono i lucchetti, con su scritti i nomi degli innamorati, sparsi per le città a ricordare che ancora l’autore esiste e resiste nel tempo. Ma oltre il lucchetto, ci sono i ragazzi che vedono oltre i “Tre metri sopra il cielo” una strategia comunicativa “vincente” fatta di “slang adolescenziale”. Costruita d’immagini e scrittura povera che sbatte in faccia la pura e semplice riproduzione di esperienze semplici (come si addice a quell’età) quanto generaliste. Ma oggi è ancora tempo di “moccianesimo” e in tanti ancora lì ad acclamarlo. Già, perché la televisione la fa da padrone e allora ecco quelle serata che sembra “a tutto Moccia”. Baci, abbracci, pianti e lucchetti. Un sociologo bravo forse direbbe pure che la sperimentazione, per vendere, è riuscita. Un acuto comunicatore come “Moccia” invece dice che: “La sua si chiama immedesimazione”. Non la pensa così un giovane, cappellino e barbetta, espressione di quella minoranza che ancora resiste alla “Moccia mania”. E così si finsce anche a parlare “sul serio”.E tra alcune domande all’autore, nel tentativo di sfuggire alla solita retorica, una in particolare sembra aver colpito l’attenzione di Moccia. Perché i ragazzi di oggi, soprattutto al Sud, sembrano fare da contraltare ai suoi “innamorati della strada”, continuando a rispondere ad un richiamo di morte. Quello della criminalità organizzata. Lui risponde: “Perché hanno comunque anche loro bisogno di un codice, di un punto fermo attraverso il quale sentirsi uniti, considerati, quindi protetti ”. Già, del resto è ciò che lui ha fatto, nel bene o nel male, con i suoi libri e i suoi film.Ha lanciato un codice, una moda, anche per raccogliere consensi, chiosa qualcuno degli intervistati della “non Moccia Company”.  

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