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    Profili: Stefania Mondello

     

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    Che fosse una ragazza determinata e dagli obiettivi molto chiari si è visto non appena è stata nominata la ‘migliore scienziata Italiana in America’ vincendo la seconda edizione del The Premio Award,

    il riconoscimento che l’associazione non profit di business internazionale Bridges to Italy tributa ai migliori talenti femminili che hanno scelto di fare ricerca al di là dell’Oceano.
    Messinese di origine, emigrata in Florida nel 2008 dove attualmente è ‘research fellow’ del Dipartimento di Anestesiologia dell’Università della Florida presso lo Shands Hospital di Gainesville, Stefania Mondello è autrice di  ricerche di grandissima avanguardia in campo medico scientifico: è impegnata nell’individuazione di particolari biomarcatori presenti nel sangue e nel liquido spinale cerebrale utili per diagnosticare e prevenire i traumi cranici -ad oggi una delle più serie tipologie di infortuni tanto negli Stati Uniti quanto in Europa- e proprio a seguito di queste ricerche ha una posizione anche presso la privata Banyan Biomarkers di Alachua (Florida), società spin off dell’Università della Florida leader nello sviluppo di prodotti diagnostici in vitro per il rilevamento di traumi cranici.

    Ed è proprio la sua esperienza diretta ‘dall’accademia al mondo imprenditoriale’ a renderla ‘testimonial’ ideale per i team italiani che decideranno di mettersi alla prova su un banco internazionale: per questo Stefania Mondello è stata scelta per far parte del team di esperti italo-americani che valuterà le business ideas di giovani del Sud candidate a vincere la prima edizione del programma “Cervelli in Movimento” da cui usciranno idee e progetti capaci di ‘dare una svolta’ al panorama high tech del Sud Italia.

    Dott.ssa Mondello, ci racconta cosa fa la società spin off  dell’Università della Florida in cui lei opera?
    Ad oggi non esiste un semplice esame del sangue che possa essere utilizzato da un medico in pronto soccorso o in ospedale per rilevare la presenza di un danno cerebrale o valutarne la severità. La Banyan Biomarkers, inspirata inizialmente dalle ricerche condotte all’University of Florida e all’Evelyn F. and William McKnight Brain Institute, ha scoperto un numero di frammenti proteici nel sangue di soggetti con danno cerebrale in seguito a trauma e ha sviluppato innovativi enzyme linked immunosorbent assays (ELISAs) per quantificare queste biomarcatori.
    Che cosa vuol dire, in concreto, per un ricercatore diventare imprenditore high tech? Quali skills ritiene siano fondamentali per raggiungere il successo?

    Avere elasticita’, apertura mentale e capire che la globalizzazione e la collaborazione internazionale nel settore della ricerca di base, traslazionale e applicata sono i fattori vincenti per lo sviluppo di ricerche che possano dare ampie ricadute in tutti i settori.

    Quale membro della giuria del programma “Cervelli in Movimento” su quali aspetti punterà maggiormente? Cosa si aspetta dai suoi colleghi del Sud Italia?

    Ritengo che la ricerca multidisciplinare con integrazione tra scienza di base e scienza applicata sia la carta vincente.
    Dai miei colleghi del Sud Itali mi aspetto progetti d’eccellenza, ma con quella tenacia, creativita’ e passione, che sono requisito indispensabile per raggiungere i propri obiettivi.

    Il suo team di ricerca collabora molto anche con gruppi italiani: crede che la ricerca italiana sia pronta ad aprirsi alla ‘sfida’ dei mercati globali?

    Ne sono fermamente convinta. L’Italia ha capito la strategica importanza di investire in ricerca e tecnologia, impegnandosi inoltre nella creazione di nuove e trasparenti modalità di incontro tra l’espressione della Ricerca italiana ed il mondo profit (farmaceutico, finanziario-imprenditoriale e della tecnologia applicata). C’e indubbiamente molta strada da fare,  ma “la porta è la parte più lunga di un viaggio”.

    Tramite il riconoscimento del ‘The Premio Award’ lei è diventata una indiscussa testimonial di Bridges to Italy: in che cosa ritiene che l’associazione possa maggiormente essere d’aiuto ai gruppi di ricerca italiani?

    Bridges to Italy mette a disposizione una piattaforma di facilitazione per ricercatori e imprenditori italiani con la finalità di creare una rete che consentirà di rafforzare i legami fra il sistema italiano e quello internazionale della ricerca e di facilitare eventuali percorsi di rientro nel nostro Paese.
    L’associazione potra’ essere un momento di fattivo confronto con interlocutori internazionali nell’obiettivo comune di creare le condizioni per una reale e condivisa crescita di quel patrimonio comune che è la Ricerca italiana, specialmente nel Sud Italia.

    Quale contributo intende portare per far crescere l’associazione?

    Sono onorata di essere parte di questa associazione che guarda al futuro e ai giovani mettendo in atto proposte e progetti concreti. Sara’ mio impegno fornire l’expertice e la visione che ho sviluppato in questi anni lavorando come ricercatore sul doppio versante italiano e americano, oltre che su quello accademico e impreditoriale.
    Condividendo gli obiettivi e valori di Bridges to Italy, mi riprometto di mettere a disposizione strumenti e creare momenti dedicati a facilitare la nascita di partnership e collaborazioni internazionali con l’Italia. Inoltre spero che il nostro impegno contribuisca all’indipendenza e alla crescita dei giovani ricercatori italiani per arricchire il contributo che gli scienziati possono dare alla scienza e che la scienza puo’ dare alla societa’.