
di Eleonora Scrivo – I giorni d’estate, di consueto, riuniscono le famiglie, spesso le nuove, con quelle d’origine, i fuori sede ritornano alla base e ruoli e personaggi ritrovano forma e sostanza.
Anche la famiglia calabrese ha le sue tipicità e quella reggina, in particolare, potrebbe ricevere il marchio Dop. Nello specifico, la figura più profonda e complessa, presente in ogni nucleo, anche solo monoparentale, è quella “du’ maru”.
Trattasi generalmente, ma non esclusivamente, di soggetto di genere maschile, spesso, ma non sempre primogenito, di età compresa tra i quattro e i sessant’anni. Di norma, tale ampia fascia di età è determinata dai tempi di sopravvivenza della madre, artefice somma della creazione du’ maru/a’ mara.
Lo “sfortunato, il poveretto”, per chi manca di dimestichezza col local idioma, è colui che fin da piccolo viene individuato, contro ogni evidenza/evento/causa, come il bisognoso di un surplus di cure e doppie porzioni.
Crescendo, generalmente, il suddetto capita, nell’ordine: nelle grinfie di una maestra poco comprensiva, di allenatori che non lo motivano, di amici che lo sfruttano e, talvolta, di fratelli inspiegabilmente, gelosi. Tali profonde sofferenze vengono, di solito, curate con terapia alimentare; da piccoli, al mare, con il panino ripieno di frittata con le patate, meglio se riposato, da mangiare all’ombra, in seguito, con la parmigiana di melanzane che, “come la fa la mamma, nessuno mai”.
In aggiunta a questi supporti gastronomici, “u maru”, per resistere agli urti della vita, non fa mai la fila ad uno sportello, non va a ritirare l’assicurazione, non può cambiare la lampadina e, in caso di trasloco, ha un vero e proprio tracollo nervoso.
Del resto, con gli anni e nonostante la sorte avversa, u’ maru, ha raggiunto una posizione professionale invidiabile, della quale regolarmente si lamenta, perché terribilmente faticosa, ma è a questo punto della vita che, di solito, si profila la disgrazia più grande : l’avvento del coniuge.
Normalmente, è una specie pericolosissima che tratta il malcapitato/a come persona normodotata, pretendendo che butti la spazzatura, vada al supermercato e, inaudito, ascolti gli sfoghi della sua metà. Tale è allora il sabotaggio di un ruolo così faticosamente costruito nel tempo, che u’ maru, inesorabilmente capitola e cerca salvezza. E poiché, come dice zia Orsola, mentre, da sola, programma il digitale terrestre seguendo le istruzioni e rifiutando aiuto, “per il viziato tutto il mare è salato”, il meschino/a torna alla fonte della dolcezza, addenta il tiramisù della mamma con faccia sbattuta e annuisce, mentre lei sospira ed esclama “figghiu, ti pigghiaru ad occhiu”.




