di Cristina Marra – Bacci si sente in gabbia. Costretto in un presidio ortopedico che gli blocca la testa e il collo a causa di due vertebre cervicali fratturate, il detective Bacci Pagano fa il bilancio delle sue esperienze personali e professionali, “in questi anni ho sempre rimandato, nella convinzione che ci sarebbe stato il tempo di riparare, ma ora non posso più permettermelo”. La vita del detective protagonista dei noir di Bruno Morchio diventa l’argomento di un libro ed a scriverlo sarà proprio il suo autore, che in “Un conto aperto con la morte” (Garzanti, pagg.201 euro16,40) diventa Gian Claudio Vasco. In un gioco di specchi che, come mi rivela Morchio «sta nel fatto che nella narrazione l’autore dialoga con il suo personaggio, tant’è che alla fine, quando Vasco consegna a Bacci il dattiloscritto, si dice che si tratta del testo che il lettore ha letto fino a quel momento. C’è insomma una sovrapposizione di piani che mi ha divertito e spero divertirà anche il lettore». Assistito dalla figlia Aglaja, Bacci che “appartiene alla vecchia guardia e per indagare non gli servono strumenti sofisticati” compie l’indagine più delicata della sua attività: investiga su se stesso. Il racconto del suo ultimo caso che l’ha costretto ad una semi invalidità e ad una prossimo delicato intervento chirurgico, diventa l’inizio di un’indagine compiuta da Bacci e Vasco. Non era ancora concluso il caso iniziato quando il suo amico Cesare Almansi, candidato al Senato, lo aveva ingaggiato per scoprire l’autore delle telefonate di minaccia ricevute ripetutamente e con due colpi di pistola, Bacci era “sbalzato dalla Vespa come un pellerossa dal cavallo in un film di John Ford”. L’inchiesta aveva puntato l’attenzione sulla ‘ndrangheta e i suoi affari in ambito di smaltimento di rifiuti ma altre verità vengono a galla e per Bacci si tratta di mettere in discussione la sincerità o il bluff di un amico. La scrittura di Morchio è introspettiva e segue i ritmi dell’urgenza di un personaggio che non vuole lasciare conti aperti, è un “uomo sospeso tra la vita e la morte, animato da un disperato bisogno di sapere e da una altrettanto disperata paura di non avere abbastanza tempo per soddisfarlo”. Bacci ha fame di verità e ancora una volta trova sfogo, conforto e conferma nella musica classica e nella letteratura, ne “I fratelli Karamazof” letto tre volte che si fa specchio della situazione attuale «Ivan Karamazov è Cesare Almansi – continua Morchio – che si è trovato a desiderare (inconsciamente) qualcosa che nella realtà non avrebbe mai fatto e che qualcun altro ha fatto per lui (senza che peraltro lui lo volesse). Alla fine Bacci si trova nello stesso dilemma, combattuto tra l’amicizia e la determinazione a denunciare l’amico se questi fosse davvero colpevole. Solo dopo avere intuito questo gioco egli si sentirà liberato, anche se la sua intuizione non produrrà nessun effetto pragmatico. Non si tratta di assicurare un assassino alla giustizia, ma di capire cosa sia successo e perché».





