di Cristina Marra – Un omaggio a Paasilinna e al suo famoso “L’anno della lepre” ma anche il racconto di un viaggio di conoscenza di un rumeno che lascia la sua terra per andare alla ricerca del necessario per poter acquistare un paio di scarpe da calcio dal figlio. Con il personaggio dell’immigrato Vatanescu che nel suo percorso si scontra con difficoltà, preconcetti, burocrazia, politica, lo scrittore Tuomas Kyro ne “L’anno del coniglio” (Iperborea, pp.352, euro 16,50) racconta con umorismo la vicenda di un outsider che tenta di guadagnarsi l’integrazione. Ecco, allora che il sogno del mondo occidentale diventa comprare un paio di Nike. Anche i conigli che, come racconta Kyro, in Finlandia mangiano le radici degli alberi e creano disagi, possono però rivelarsi utili, così pure Vatanescu nel suo viaggio in Europa troverà il suo posto.
Dietro l’ironia e l’umorismo si nasconde anche la tristezza?
Sì, è così. Nella vita c’è la felicità e c’è la tristezza. Davanti a questa condizione puoi essere pessimista e triste e lamentarti di qualsiasi cosa oppure puoi vedere i problemi della vita non come ostacoli ma come ulteriori passi in avanti. … Sì è la mia risposta!
Hai omaggiato L’anno della lepre, cosa rappresentano per lei quel romanzo e il suo autore?
Certamente Paasilinna è un personaggio importantissimo nella letteratura finlandese. Ricordo lui e i sui libri fin dalla mia giovinezza e ricordo gli adattamenti cinematografici dei suoi libri, di cui il migliore è certamente L’anno della lepre di Risto Jarva, un film degli anni Settanta. Non ci sono molti altri autori come Paasilinna, con un senso dell’umorismo così spiccato, e il genere che lui rappresenta, che affronta argomenti molto seri in modo divertente, non è troppo comune in Finlandia. Ho molto amato i libri di Paasilinna quando avevo tra i quindici e i diciotto anni: ne leggevo tantissimi. Ma, come ho detto nella prima risposta, nella vita bisogna andare avanti, e così sono passato ad altri autori: uno di questi è Kari Hotakainen. Ogni libro però conduce sempre a un altro libro e per questa ragione Paasilinna, con cui ho iniziato a leggere da ragazzo, è stato molto importante per me.
Nel tuo romanzo si racconta un viaggio. Può essere definito un romanzo di formazione?
Direi che è un romanzo di viaggio. Una storia si può raccontare seguendo i viaggi mentali del protagonista, dicendo cioè tutto quello che accade dentro la sua testa. Ma si può anche raccontare, come in questo caso, attraverso i suoi viaggi reali, e quindi i luoghi che visita, le persone che incontra, le esperienze che fa. In questo modo ho parlato di Vatanescu, che è certamente il personaggio più importante, ma allo stesso tempo, seguendo lui nei suoi spostamenti da Sud a Nord, ho potuto anche dire qualcosa sulla Finlandia e sui suoi abitanti prendendo in prestito lo sguardo di un immigrato rumeno che niente conosce di questo buio e freddo paese.
Hai dei modelli di riferimento?
Sono per lo più dei finlandesi e degli scrittori, come Arto Paasilinna, Kari Hotakainen, Rosa Liksom, e altri autori che qui conoscete meno. E poi anche alcuni registi: per la mia scrittura i film sono infatti importanti tanto quanto i libri. Tra questi tutte le pellicole di Martin Scorsese, e poi Il padrino di Francis Ford Coppola. Da quando sono uno scrittore di professione, cioè da circa dieci anni, non leggo quanto vorrei. Ho letto molto in passato, ma ora mi manca il tempo. E poi ho paura di farmi influenzare, dai buoni come dai cattivi libri…
Conosci la letteratura italiana?
Non quella contemporanea, perché gli autori italiani sono tradotti con molto ritardo in Finlandia. Conosco però qualcosa di Primo Levi, di Dario Fo, di Italo Calvino.
KARI HOTAKAINEN
I suoi personaggi sono spesso caricaturali. È con l’umorismo e la caricatura che diventano più realistici o è il suo modo di leggere la realtà?
Quando inizio a scrivere non decido mai come devono essere i miei personaggi. Poi, arrivato alla fine, oppure a metà del romanzo, mi accorgo che sono caratterizzati da un singolare humour, ma non credo che si possa parlare di caricature.
Matti è un personaggio nuovo nel panorama della narrativa finlandese, è una sorta di “casalinga disperata” fortemente legato alla famiglia?
Per dirlo in poche parole: Matti Virtanen è ossessionato dall’idea di comprare una casa per riavere indietro la sua famiglia. All’inizio del romanzo è un personaggio molto ordinario, un ragazzo normalissimo, che quando entra in crisi finisce per uscire dal comune.
La casa e la famiglia ricorrono spesso nei suoi romanzi. È così?
Sì, anche se è una cosa che non ho deciso consapevolmente. Guardando indietro, ripensando ai libri che ho scritto, ho notato che in molti dei miei romanzi c’è una famiglia o una casa. Il punto è che la famiglia offre una piccola immagine dell’intera società: è l’intera società ritratta in scala minore.
È stato definito da Paasilinna un acuto umorista. Si ritrova in questa definizione?
Assolutamente sì!
L’ironia aiuta a comprendere e a indagare l’animo e il carattere umano. È così?
Sì, è così.
Quali sono i suoi scrittori di riferimento?
Il mio modello di riferimento principale è forse lo scrittore russo Nicolaj Gogol’, e poi Alfred Döblin. Ma sono talmente tanti che non potrei ricordarli tutti…
Con Tuomas Kyrö abbiamo accennato anche alla letteratura italiana e al cinema. Mi dice qualcosa anche lei?
Non conosco molto la letteratura italiana, ma ho letto tutti i libri di Italo Calvino. I miei film preferiti sono usciti a metà degli anni Settanta: Taxi Driver di Martin Scorsese e Il padrino di Francis Ford Coppola, senza dubbio.





