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“Il cuore dell’uomo” di Jòn Kalman Stefànsson

28 Maggio 2014
in strillibri
Tempo di lettura: 3 minuti
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“Il cuore dell’uomo” di Jòn Kalman Stefànsson

di Cristina Marra – “Bisogna narrare di nuovo quello che si è dimenticato” afferma Jòn Kalman Stefànsson alla presentazione torinese di “Il cuore dell’uomo” (Iperborea pag.457 euro 18,50 ) il romanzo che chiude la trilogia iniziata con “Paradiso e inferno” e “La tristezza degli angeli” dedicata all’uomo e alla ricerca di quel sentimento che diventa legame forte ed inscindibile. Il pubblico che affolla la sala del Salone del libro è rapito dal carisma dello scrittore islandese e dalle osservazioni critiche di Sebastiano Triulzi. L’atmosfera è di quelle che non si dimenticano e la protagonista è la poesia che pervade ogni pagina del libro “legare la notte e il giorno, il sogno e la veglia con una posia, probabilmente non c’è modo migliore di svegliarsi, per un essere umano”. Vincitore di prestigiosi riconoscimenti tra i quali il Premio Letterario Islandese nel 2005 e finalista al “Bottari Lattes Grinzane” e al “Gregor Von Rezzori”, Stefànsson arriva alla narrativa dopo tre raccolte poetiche e, dopo aver avuto diverse esperienze lavorative, si dedica esclusivamente alla scrittura.
Continua il viaggio del giovane protagonista prosegue insieme al postino Jens tra la natura spesso ostile dei territori islandesi. Dopo un incidente, il giovane si ritrova in un villaggio dei Fiordi, “un semichiarore circonda il ragazzo al risveglio, o meglio una penombra. È in un letto soffice, sotto un caldo piumino che profuma come l’aria fresca di primavera”. Il suo peregrinare è stato lungo e difficile, dagli inizi della primavera fino all’estate ed ha incontrato tempeste di neve, sentieri impervi, acque gelate eppure ce l’ha fatta e come in un simbolico cammino umano verso la crescita, Stefànsson racconta la formazione di un uomo. Il ricordo accompagna il viaggio del giovane e sono le voci delle persone scomparse a seguirlo. «Il compito di uno scrittore è lottare contro la dimenticanza, contro la morte. La battaglia non porterà ad una vittoria – continua Stefànsson – ma se tentare farà affiorare una luce allora ne verrà fuori comunque qualcosa di buono».
Jon la memoria e le voci di persone morte sono le chiavi di lettura della tua trilogia?
Secondo me le persone nate nel passato possono vivere anche nel presente e sono per questo ambivalenti. Volevo personaggi che avessero la flessibilità della contemporaneità e anche la saggezza dei tempi antichi.
Nel romanzo traspare la lentezza sia nei gesti che nei sentimenti. Bisogna tornare alla lentezza per riappropriarsi della vita?
Se guardiamo a noi stessi e alla società odierna ci accorgiamo che andiamo troppo veloci. La tecnologia ci fa credere che possiamo controllare tutto ma non è così, non abbiamo nessun genere di controllo sulla tecnologia.
Hai esordito con la poesia, ne scrivi ancora?
Oggi non riuscirei più a scrivere in versi, non credo che fosse il genere a me più congeniale. Il bello della narrativa è che non puoi decidere cosa mettere su carta, l’inatteso è il cuore della letteratura. Se un mattino comincio a scrivere e mi trovo davanti all’imprevedibile, sono sulla strada giusta. Credo che la mia strada sia proprio quella della narrativa.
La poesia però compare sempre nella trilogia e dopo Milton, Shakespeare in “Il cuore dell’uomo a chi dedichi il libro?
I poeti hanno un grande ruolo nei miei romanzi e ho scelto tre poeti che in modo diverso hanno lasciato il segno. Stavolta tocca a Walt Whitman che ha aperto una nuova era.
Quanto è importante raccontare il passato?
Ho provato sempre tristezza per le cose passate che quindi non ritornano. In ogni momento felice c’è una tristezza nascosta perchè sappiamo che quell’attimo non si ripeterà. Raccontarlo è mantenerlo ancora in vita.

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