
di Cristina Marra – “Una vecchissima casa di campagna dalle parti di Gignese, località dell’Alto Vergante a una decina di minuti d’auto da Stresa, sopra il lago Maggiore”
è il luogo dove Marco Polillo ambienta “Villa tre pini” (Rizzoli, pag.304, euro 18,00) il quarto romanzo dedicato a “Baffo”, il vicecommissario Enea Zottìa della Questura di Milano. Un periodo di vacanza in attesa di festeggiare il Capodanno riunisce un gruppo di amici e conoscenti nella bella dimora di Maria Carla e del marito Aureliano Severi, tra gli ospiti anche Zottìa e l’affascinante Serena “la minore delle due bellissime sorelle Bonfanti che ai tempi dell’università avevano fatto stragi di cuori tra gli studenti napoletani”, il grande amore di Enea “infelicemente sposato con Enza”. Un’occasione per attendere il nuovo anno insieme e soprattutto per pianificare i progetti sentimentali troppo a lungo rinviati, ma le aspettative di Zottìa verranno ben presto disattese e la distanza tra i due innamorati diventerà enorme. A Milano un altro deluso dalla fine dell’anno e in riflessione sul suo destino per il nuovo è il gatto dei coniugi Zottìa che, mentre il vicecommissario in vacanza lo immagina “seduto nell’angolo tra la finistra e il divano, il luogo dove si rifugiava quando non voleva essere disturbato” medita invece di lasciare la casa. A Villa tre pini la festa è ben presto turbata da gelosie, vecchi rancori e segreti che coinvolgono i suoi ospiti e dopo una cena con tredici invitati ci scappa il morto, anzi due. Toccherà a Zottìa ristabilire l’ordine e sbrogliare la matassa di un enigma che lascia morte e sofferenza. Marco Polillo crea una struttura narrativa che rifacendosi alla detective story classica offre spunti e occasioni per inserire non solo personaggi della realtà sociale attuale ma soprattutto problematiche quali l’incomunicabilità, l’apparenza, l’arrivismo. La saggezza e la lealtà di Zottìa si scontrano con un mondo a volte fasullo fatto di compromessi e inganni. Chi avrà la meglio?
In “Villa tre pini” c’è tanta introspezione. Hai scelto di concentrarti di più sull’analisi psicologica dei personaggi?
In realtà a me è sempre piaciuto cercare di tratteggiare i personaggi in modo da permettere al lettore di riconoscerne i tratti psicologici e la loro personalità. Mi interessa molto meno individuare i tratti fisici: ci penserà il lettore a immaginarseli nella mente. E poi in una storia gialla è necessario farlo: arrivare a concepire uno o più delitti, come succede nei miei romanzi, presuppone un lavorio mentale non indifferente da parte di chi li commette. Bisogna convincersi che è qualcosa di inevitabile e quindi è bene che il lettore abbia ben chiaro con quali personaggi ha a che fare, quali sono i loro pensieri, i segreti nascosti, i pregi e i difetti del loro carattere.
Ansioso e timido nella vita privata, diventa invece sicuro di sé soltanto durante gli interrogatori. Zottìa ha sempre il timore di “non essere all’altezza”?
Sempre. È il suo grande cruccio. Ma è soprattutto con le donne che lui si sente a disagio. Forse perché le idealizza e quindi la sua grande paura è ogni volta la stessa: il rifiuto. E in effetti, avendo ricevuto nel corso del tempo vari rifiuti da parte di Serena, l’amore della sua vita, è anche comprensibile che sia così.
Come scegli il luogo dove ambientare i tuoi gialli? Mare o lago, l’elemento dell’acqua ricorre sempre?
In realtà l’elemento dell’acqua è abbastanza casuale. Io ambiento le mie storie nei luoghi che conosco, perché in questo modo posso rispettare la realtà e credo sia divertente per il lettore che conosce quei posti dire: ecco, è vero, dietro quella curva c’è proprio quello scorcio, o riuscire a ritrovare un ristorante che conosce e così via. L’identificazione, secondo me, premia sempre. E questo è anche il motivo per cui scelgo sempre località abbastanza piccole. Nella grande città uno è spaesato, si dilatano gli spazi e anche i personaggi assumono contorni più sfumati. Nei luoghi piccoli, invece, tutti si conoscono, s’incontrano di continuo, le tensioni esplodono più facilmente…
L’amore è sempre al centro delle tue trame, stavolta gioca un brutto scherzo, nessuna speranza per lo sfortunato Zottìa?
Non posso rispondere a questa domanda perché altrimenti non leggerai più il mio prossimo romanzo. L’amore comunque è un elemento fondamentale. La vita è fatta così. Amore e morte, quelli sono gli elementi più importanti; tutto il resto è contorno, fondamentale, certo, ma sempre contorno. E lo dimostra il fatto che il giallo e il rosa continuano a essere i due generi più venduti in assoluto.
Colpi di scena e sorprese. Ti è piaciuto spiazzare un po’ i tuoi lettori?
Mi piace moltissimo. Il colpo di scena stupisce e soddisfa. Il lettore di gialli (o almeno quelli che prediligono il genere classico, a enigma) vuole il colpo di scena. Deve stupirsi per le cose che accadono e per la rivelazione del nome dell’assassino. Deve pensare, una volta letta l’ultima riga, accidenti, non avrei mai pensato che l’assassino era… Più stupisci il lettore e più è contento e torna a leggerti (almeno lo spero…).
La struttura narrativa è un omaggio ad A. Christie e Ellery Queen?
“Villa Tre Pini” è stato spesso accostato a “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie. In realtà l’unica cosa in comune, credo, è il fatto di avere messo in luogo abbastanza isolato (una villa in campagna) alcune persone per passare insieme in allegria le feste di fine anno e lì far succedere alcuni eventi delittuosi. Il tributo, quindi, non è tanto alla Christie o a Ellery Queen (autori, comunque, che apprezzo e mi piacciono moltissimo), ma a un genere di giallo, quello della grande tradizione dell’età d’oro, che è il mio preferito e che mi sembra gli autori italiani tendano a trascurare.
Il gatto di Zottìa è un vero e proprio personaggio. Affidi a lui il ruolo di narratore, di osservatore e quindi di testimone?
Il gatto di Zottìa è diventato a poco a poco un vero e proprio personaggio. Mi serve per collegare le vicende matrimoniali dei coniugi Zottìa (che si trovano quasi sempre in luoghi diversi, lui fuori Milano per le indagini, lei a casa) che il gatto osserva con occhio imparziale (per lui loro sono semplicemente i padroni, quelli che gli danno da mangiare e ogni tanto gli fanno le coccole) ma critico perché le loro vicende potrebbero (e in effetti così succede) riflettersi sulla sua vita. La qual cosa per il gatto assume un’importanza assoluta. Diverto il lettore con le riflessioni (decisamente egoistiche) del gatto, ma intanto gli racconto cosa frulla nella mente della moglie di Enea in relazione al marito.
Sei stato ospite al Courmayeur Noir Fest. Da lettore, autore e editore che futuro prevedi per il genere noir?
Mi sembra in crescita. Finalmente dopo tanti anni, il noir (con tutte le sue sfumature, dal giallo, al thriller, al procedural, ecc.) è approdato al rango di letteratura “seria” senza essere considerato invece un prodotto di serie B, e vedo che ci sono ormai numerosi autori italiani di ottimo livello. E personalmente sono molto contento di questa situazione.
Hai mai pensato di creare un altro protagonista oltre a Zottìa?
Per ora no. In futuro chissà. E poi Zottìa nasce già come personaggio secondario. Lui, originariamente, era la spalla di Francisci. È con il secondo romanzo che, per motivi occasionali, diventa protagonista. Già è vicecommissario, già è terribilmente sfortunato in amore, già nell’ultima vicenda gliene succedono di cotte e di crude, se poi lo abbandono pure, poveretto non vorrei che facesse qualcosa d’inconsulto!




