
di Cristina Marra – Il coccodrillo li batte tutti! Il thriller “Il metodo del coccodrillo” (Mondadori) di Maurizio de Giovanni vince il premio Scerbanenco 2012 promosso
da Courmayeur Noir in Festival e La Stampa per il miglior romanzo noir italiano edito dell’anno. In finale con “Respiro corto” di Massimo Carlotto, “L’uomo nero” di Luca Poldelmengo, “Il male quotidiano” di Massimo Gardella e “Festa di piazza” di GianMauro Costa, il noir di de Giovanni racconta una storia di violenza e morte, di lacrime che hanno il colore del sangue che sporca Napoli, il sangue delle giovani vittime di un killer silenzioso e implacabile denominato “il coccodrillo” per il suo metodo letale. La Napoli nativa e letteraria di de Giovanni è “una città stratificata che più che essere una città è una condizione che tende a prendere spazio, non rassegnandosi ad essere solo sfondo delle staorie e delle vite che la vivono” ha affermato lo scrittore a Courmayeur, “una città, però, dove come nelle altre metropoli impera la solitudine, una solitudine che nasconde il male e lo rende possibile”. È all’origine del male, delle sue ragioni che intende arrivare l’autore affidando le indagini del caso all’ispettore Giuseppe Lojacono detto Peppuccio “come lo chiamavano la famiglia lontana e gli amici che non aveva più, da Montallegro, provincia di Agrigento”, uno stimato golden boy in carriera “qualche ruga profonda ai lati della bocca e degli occhi raccontava di dolori e gioie più antichi”. Il male lo ha conosciuto Lojacono trasferito per uno “scandalo” all’ufficio denunce del commissariato San Gaetano di Napoli. Un uomo qualunque raggiunge Napoli e con lui “la morte è arrivata in città”. È “come un alito di vento, come un topo nell’ombra. Chi dovrebbe guardarlo, uguale com’è a tanti come lui, fantasmi che animano la città buia?” e invece lui agisce, lui uccide giovani vittime: Mirko, Giada, Donato e semina il panico. Ha sangue freddo, conosce bene luoghi e abitudine delle sue “prede” e sa aspettare il momento giusto per colpire. Sferra un unico colpo preciso, infallibile, mortale. Ottimo metodo: quello del coccodrillo. Unica traccia: fazzoletti intrisi di lacrime lasciati sulla scena del crimine. La narrazione di de Giovanni procede su due livelli comincia lenta, silenziosa come i passi del coccodrillo che “sceglie il posto nelle paludi, nell’acqua torbida della savana mettendoci tempo, tanto tempo. Il posto dove sa che la preda, prima o poi, andrà a bere” e aspetta senza fretta e procede rapida, veloce, diretta come l’attacco mortale. Il romanzo prende così i ritmi della preparazione prima dell’aggressione, della meditazione prima dell’azione e de Giovanni dimostra ancora una volta di essere un grande narratore di storie noir in cui i sentimenti si incontrano e scontrano con la violenza che spesso agisce senza far rumore, senza mettersi in evidenza, una violenza sottile e atroce che pervade gli animi e diventa vendetta.




