
di Cristina Marra – Balzato ai vertici delle classifiche con diciotto edizioni in tre mesi, “Il mercante dei libri maledetti” (Newton Compton Editori, pag.350, euro 9,90) è il thriller
d’esordio di Marcello Simoni. Archeologo e bibliotecario, l’autore ricrea nel suo romanzo le atmosfere medievali dei monasteri e delle abbazie e ambienta la sua storia a partire dal Mercoledi delle Ceneri del 1205, quando nell’abbazia di San Michele della Chiusa, il monaco Vivien de Norbonne trova, conficcato nella porta della sua cella, un pugnale con un chiaro messaggio di morte. Il segreto che da anni custodisce insieme a Ignazio da Toledo rischia di essere svelato, l’unica scelta è la fuga ma probabilmente andrà incontro a un atroce destino. Anni dopo Ignazio da Toledo, mercante converso, riceve l’incarico dal Conte Enrico di Salò, avogador di Venezia, di ritrovare un libro “in grado di sciogliere misteri inimmaginabili al di là delle cognizioni di qualsiasi filosofo e alchimista”. Si tratta dell’Uter Ventorum “un libro copiato da certi manoscritti persiani che conterrebbe un metodo per evocare gli angeli. Le creature una volta evocate saranno disposte a rivelare i segreti dei poteri celesti”. Il misterioso proprietario del libro, tramite il conte, vuole concludere l’affare solo con Ignazio e la sua identità sembra coincidere con quella di Vivien. Cosa è realmente accaduto all’amico e come fermare gli spietati uomini del tribunale segreto dei Veggenti che vorrebbero appropriarsi del libro? Per Ignazio è tempo di partire, di lasciare il monastero di Santa Maria del Mare insieme al suo fedele amico Willalme e a Uberto, un giovane orfano accudito dai monaci che diventerà il suo secretarius. I tre uomini intraprendono un viaggio on the road che li porta a toccare diverse città, ognuna delle quali custodisce un indizio, un indovinello che, decodificato, indicherà il prossimo luogo da raggiungere in cui è nascosta una parte del libro. Il romanzo di Simoni cattura e coinvolge sin dall’incipit e procede con un ritmo narrativo costante che se da una parte concede all’autore la possibilità di cadenzare le descrizioni paesaggistiche alternandole con quelle dei personaggi, dall’altra gli consente di inserire nozioni e informazioni che calano chi legge in pieno Medioevo senza trascurare l’azione del thriller. Un romanzo che ha appassionato tantissimi lettori ansiosi di leggere la seconda avventura di Ignazio da Toledo che, come mi anticipa l’autore, sarà “una miscela ancora più densa di azione, intrighi ed esoterismo”.
Archeologo e bibliotecario, in che misura sono presenti le tue professioni nel romanzo?
Trasudano da ogni pagina, e non potrebbe essere altrimenti. Ho avuto il privilegio di svolgere mestieri atipici che mi hanno trasmesso la passione per i libri antichi e per i reperti archeologici. La mia vena creativa non ha potuto che risentirne.
Quanto è importante l’ambientazione nel tuo thriller?
L’ambientazione è fondamentale. Consente di instaurare un feeling tra scrittore e lettore focalizzando l’attenzione su luoghi e argomenti in grado di stimolare la curiosità. Ma questo feeling sarà completo soltanto se nell’ambientazione troveremo un protagonista capace di soddisfare le aspettative di chi legge.
Monaci, libri e omicidi. Il paragone col Nome della rosa è stato inevitabile. Che effetto ti ha fatto?
Mi ha lusingato, ma non sono del tutto d’accordo. Innanzitutto perché di romanzi ambientati nel Medioevo, tra castelli e monasteri, ne sono stati pubblicati a iosa e mi pare azzardato usare come unica pietra di paragone il capolavoro di Umberto Eco. A scanso di equivoci, Il Mercante di libri maledetti è certamente enigmatico e contiene enigmi come avviene ne Il nome della rosa, ma ciò non significa che io intenda mettermi al livello del noto semiologo. Umberto Eco ha scritto un giallo saggistico, io un thriller avventuroso, con tutte le differenze che ne conseguono. Riconosco il debito nei confronti di un maestro che ha saputo reinventare gli schemi della narrativa di genere, tuttavia le mie suggestioni e le mie finalità non corrispondono necessariamente alle sue.
Ignazio e Willalme rappresentano la mente e il braccio come le celebri coppie di detectives?
Ignazio e Willalme corrispondono in parte agli stereotipi dei protagonisti del romanzo popolare, come Sherlock Holmes e John Watson, Phileas Fogg e Passepartout, ma anche (dato che sono un amante del fumetto) Martin Mystère e Java. Potremmo proseguire quasi all’infinito, sebbene nel mio thriller l’accoppiata mente/braccio -o meglio, curiosità/rabbia- venga in parte destabilizzata dalla presenza di un terzo personaggio, l’ingenuo Uberto.
A quale dei tuoi personaggi ti senti più affezionato?
A tutti, ma a ognuno per ragioni differenti. A Ignazio perché posso affermare di non conoscerlo del tutto nemmeno io. A Willalme per via della purezza dei suoi sentimenti. A Uberto perché ha in serbo molte sorprese per il futuro. E naturalmente un posto speciale nel mio cuore lo riservo a tutti i “cattivi”, che mi regalano le ore di maggiore spasso durante la scrittura.
Che legge Marcello Simoni?
Di tutto, e non necessariamente romanzi storici.




