
di Cristina Marra – “Ogni uomo che sia nato nel Mediterraneo deve avere un’isola, uno scoglio piantato da qualche parte, che faccia da simbolo, da pensiero”
e per Renato, protagonista del romanzo “Uomini senza vento”(Garzanti) di Simone Perotti ,la sua isola è Ponza. La raggiunge “periodicamente come fosse una medicina” e fugge da Milano. A Portoferraio c’è il Makaia un first 36.7 “disegnato dal grande Bruce Farr, barca nata per correre”. Il mare ti cambia, ti rilassa, ognuno di noi ha la sua metà d’esistenza sconosciuta e Renato la scopre “quel giorno, era in mare, nel buio”. Un incontro-scontro di notte, sul mare, con una goletta che punta dritto sulla sua barca fa diventare “Uomini senza vento” un noir mediterraneo e fortemente ambientalista che profuma di mare e scorre veloce come una barca con le vele gonfie di vento. Perotti, ex manager, scrittore, affittabarche, skipper e istruttore di vela, ha collaborato con il “Corriere della sera”, “Il fatto quotidiano” e con riviste di turismo, navigazione e mare, è autore del primo libro italiano sul downshifting, “Adesso basta” da cui verrà tratto un film.
“Uomini senza vento” comincia come un diario di bordo e di viaggio, diventa storia psicologica, romanzo di formazione e intrigo giallo. Come lo definiresti?”Un noir con valenza psicologica. E’ una storia in cui il protagonista è minacciato da nemici, criminali, che lo spingono sulla soglia del pericolo, che lo fanno fuggire, difendersi, reagire, ma in cui la protagonista femminile, che nella storia non è una nemica, lo terrorizza assai più di ogni altra cosa, perché rappresenta a Renato, il protagonista, ciò che sa bene che sarebbe dovuto essere e non è mai stato. Per Renato trovarsi di fronte alla morte è meno difficile che fronteggiare la realtà”.
Il tuo carattere e le tue scelte di vita possono paragonarsi al Makaia, la barca nata per correre? “Makaia è un First 36.7, che è la barca su cui lavoro, faccio l’istruttore e lo skipper. E’ una barca dura, piccola, veloce, che reagisce alle sollecitazioni. E’ precisa e tecnica, è il risultato del lavoro di un grande designer. No, direi che quella barca è più riuscita di me”.
Il mare e il vento muovono le fila della storia. Sono loro i veri protagonisti del romanzo?
“In parte sì. Però Seneca diceva che “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”, e aveva ragione. Il vento e il mare, che per metafora costituiscono l’insieme delle avversità e delle opportunità che possono far affondare o navigare lontano, sono buoni o cattivi a seconda di chi li affronta, di come li si affronta, di quanta prudenza e pre-visione mette in campo il marinaio. Da questo punto di vista sono uno scenario. Sul palco si muovono uomini e donne di fronte alla loro vita. Il nucleo dei miei romanzi è sempre l’identità”.
Simone e il mare. Cosa provi quando sei in barca?
“Una barca (spinta giù dal vnto e tenuta su da un peso che sta sotto la chiglia) è una grande metafora dell’equilibrio. Un marinaio a bordo di una barca a vela cerca costantemente quell equilibrio, osando talvolta, conservando talvolta, fermandosi, ripartendo, facendo dunque scelte intellettuali che costituiscono la sua unica vera grande risorsa per fronteggiare fenomeni che, altrimenti, lo spazzerebbero via in un soffio. Un uomo in mare sa che non può opporsi con la forza. Navigare è un’operazione intellettuale, che fa uso anche della forza fisica, ma in minima parte rispetto alle doti di resistenza morale, interpretazione dei dati, scelte intellettuali. Quando navigo e sono al comando di una barca io vivo dentro questa ricerca e questo dissidio, e ogni volta che riesco nel mio intento provo una grande sensazione di appagamento. E poi in mare non ci sono sentieri, strade, ponti. Un uomo libero ha bisogno di uno spazio ampio dove muoversi. Tra i vincoli e le strettoie muore”.




