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La leggenda del morto contento di Andrea Vitali (Garzanti)

29 Aprile 2011
in strillibri
Tempo di lettura: 2 minuti
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leggenda_morto_contento

di Cristina Marra – È caldissimo il 25 luglio del 1843, “sopra il paese si era creata una cappa di aria spessa” e una nuvola a forma di cane annunciava l’arrivo della breva”.

Comincia così “La leggenda del morto contento”(Garzanti, pag.238, euro 18,60) l’ultimo romanzo di Andrea Vitali. Cent’anni indietro rispetto a tutti alle sue precedenti storie ambientate nel trentennio fascista, ma sempre a Bellano, la sua location del cuore, che si affaccia sul lago di Como e che è una miniera di storielle, di pettegolezzi, di aneddoti. Vitali è un maestro nell’arte del racconto nato sulle bocche dei bellanesi e trasformato in letteratura. Le piccole beghe, le dicerie, le superstizioni, i soprannomi che “popolano” il paese diventano racconto di un piccolo pezzo di mondo senza tempo. Il caldo di luglio e la tempesta in arrivo non fermano due giovani di buona famiglia, Francesco Gorgia “figlio di Giangenesio l’uomo più ricco e potente del paese” e Emilio Spanzen figlio di un ingegnere milanese. Tenta di avvisarli del pericolo Lepido Bernasconi, sarto. Intanto “favonio si preparava a calare, il più cattivo dei venti. Non c’erano dubbi. L’aria già calda si stava insaporendo del suo odore, pane bruciato, bosco in fiamme, ferro rovente”. Questione di poco e i due naviganti “avrebbero dovuto fare i conti con le sue unghiate”. Ben presto il favonio avrebbe fatto diventare “la giornata che sembrava un acquarello, un concerto di fischi, ululii, spruzzi e onde alte un metro”. Di lì a poco la tragedia: un morto e un disperso. Due famiglie distrutte dal dolore e un paese in fermento per ricostruire la dinamica dell’incidente, trovare il corpo del disperso e dare un nome al colpevole. Sfilano i tanti personaggi della storia di Vitali, da Diomira la moglie del sarto al podestà Feneroli. Una galleria di personaggi mirabilmente descritta dall’autore che ne coglie peculiarità e aspetti ironici e tragici, propri di un microcosmo com’è quello del paese di Bellano. Su tutti campeggia lui, il lago, protagonista indiscusso anche di questo romanzo. Il lago che accoglie e inghiotte, o respinge a suo piacimento. Il lago va rispettato, onorato, amato e protetto come fa Lepido nascondendo il particolare dell’oltraggio compiuto dai due giovani prima di salpare “ per una sorta di affettuoso intimo rispetto verso il lago”. È il lago con i suoi odori, le sue atmosfere, a fornire indizi, a preannunciare gli eventi, ad agire. Un tentativo di fermare due giovani da morte sicura diventa ricerca di un colpevole, evocazione di una leggenda temuta e timore di una maledizione. Dalla scomparsa di un paio di braghe “stinte e lucide per l’usura” seguita dal naufragio dei giovani il plot si infarcisce e piano piano prendono forma storie familiari, episodi di malagiustizia, beghe e incomprensioni tra coniugi. La morte colpisce ancora in modo quasi ironico e beffardo e intanto sul lago l’inverno bussa alle porte “con la sua arma peggiore” quel vento che si insinua dappertutto e che porta alla luce nuove verità mentre la luna”superba dopo una notte in cui aveva colorato d’argento le acque del lago, stava ancora lì a guardare i formicai del mondo”.

 

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