
di Cristina Marra – “Ulivi, fichidindia, rovi ed erba selvatica” attorniano una casetta diroccata apparentemente disabitata che in realtà ospita molti animali e offre rifugio a “chi vi sostava nel
freddo dell’inverno” o a chi “andava per gioco a curiosare”. “La casa sull’altura” ( pagg. 68, euro 16,50) è quella del racconto-poesia di Nino De Vita illustrato da Simone Massi pubblicato da Orecchio Acerbo editore con la pregevole postfazione di Goffredo Fofi.
Un racconto poetico dell’abbandono delle campagne, del legame uomo-natura che viene meno, del passare del tempo che rende sempre più distante il rapporto tra gli esseri umani e gli animali.
In un pomeriggio d’ottobre un ragazzo “affranto, intontito”, in fuga e spaventato entra nella casa buia che incontra nella sua corsa, infiniti occhietti lo scrutano, sono gli “sguardi” dei ragni e dei tarli, inquilini fissi della casetta che tessono e rodono incessantemente le sue fondamenta. Un lento lavoro di costruzione e demolizione dall’alto significato simbolico. Sono incuriositi dal giovane uomo che si siede in un angolo e abbandona “ il volto nelle mani”. Il ragazzo visita più volte la casa e fa amicizia con gli animali, ramarri, colombine, scarafaggi che “stavano silenziosi, rispettosi, a guardare,sentirlo respirare”. Tutti gli animali aspettano con trepidazione l’arrivo del bambino che la sera “lasciata la casa, si dileguava in mezzo agli alberi” fino a quando non si vedranno più e il crollo della casa è imminente.
Le parole del poeta Nino De Vita diventano racconto di una condizione, quella della fuga alla campagna, che è ben radicata nella sua terra d’origine, la Sicilia, ma che accomuna il nord e il sud. Parole che diventano versi musicali ed evocativi nella versione in vernacolo che conclude il libro. I tratti decisi di Massi, uno dei più importanti autori italiani di cinema d’animazione, disegnano minuziosamente la campagna italiana abbandonata, incolta, l’erba che invade i sentieri, così come gli scorci degli ambienti della casa dove sussistono vecchi mobili e pochi oggetti a testimonianza dell’antica presenza dell’uomo. Nessun accenno di colore, ma disegni e parole in bianco e nero che sembrano riassumere il loro significato negli sguardi intristiti, consapevoli e rassegnati del cane e del bambino. Niente sarà più come prima e la corsa del bambino diventa corsa verso il progresso, verso il nuovo, verso un altro genere di edificazione.




