De Giovanni ancora una volta scrive pagine di autentica poesia di cui Napoli, la sua Napoli, é protagonista e musa. Una Napoli bagnata dalla pioggia che é “acqua che non lava….acqua che separa….acqua che deruba….acqua che fa paura….acqua che non finisce” ed é la pioggia della domenica “che ti mette di fronte a quello che non pensavi, a quello che non avresti mai voluto” e che accompagna tutti i personaggi e le loro scelte.
Personaggi entrati ormai nel cuore dei lettori di de Giovanni e che hanno ispirato anche il maestro Claudio Cuomo che, nel suo laboratorio nel cuore di Napoli, ha già realizzato Ricciardi e Maione in cartapesta. Due volti incontrati nel libro che prendono forma, un’emozione artistica che unisce le pagine del romanzo ed i fogli di giornale e colla.
É un autunno piovoso, si avvicina il giorno dei morti. La pioggia diventa simbolo del pianto?
Il ciclo delle stagioni, com’è ovvio, ha una connotazione fortemente climatica. I precedenti romanzi hanno dimostrato come qualsiasi contesto può fare da sfondo e da accompagnamento al dolore e all’orrore. In questo quarto episodio della storia di Ricciardi la pioggia è protagonista, rendendo liquida e mobile l’atmosfera, allontanando i personaggi tra loro e incrementandone le solitudini. Anche in questo senso direi che è il meglio riuscito, in relazione a quello che volevo raccontare.
Un cane è custode della verità e diventa in qualche modo il committente dell’indagine di Ricciardi. Perchè questa scelta?
La mia compagna di vita e di lavoro, che partecipa alla scrittura con un’importanza enorme, Paola, ha fortemente voluto che in questo romanzo ci fosse un cane che somigliasse al nostro e come il nostro fosse un’anima presente e costante, consapevole discreto di quello che attorno a lui si svolge. Credo di aver reso attraverso il cane un punto d’osservazione della vicenda particolare e unico, necessario alla comprensione degli eventi.
Dedichi questo romanzo ai tuoi figli. La vittima è un bambino solo, incompreso la cui balbuzie diventa incomunicabilità ed emarginazione. Il piccolo Tettè è un personaggio di denuncia?
Bastasse denunciare la condizione di una certa infanzia attraverso i romanzi! Gli scugnizzi napoletani degli anni dall’inizio del secolo fino al dopoguerra non sono lontani dai meninhos da rua di Rio, di Buenos Aires o delle metropoli attuali del sud del mondo. Ricciardi pensa che sia possibile, anzi necessario, valutare il grado di civiltà di un contesto sociale da quanta attenzione questo dedica all’infanzia. Raccontare la storia di Tettè mi ha straziato, non vedevo l’ora di finire di scrivere per non dover calarmi in quell’abbandono, in quella solitudine. E ora, che ho finito, mi manca moltissimo.
Il tuo stile narrativo è un mix di poesia, canzoni, musiche, tradizione orale che creano un plot che pur avendo le connotazioni gialle sembra sfuggire da una vera collocazione di genere. Cosa ti dà l’input per scrivere?
I miei cinquant’anni compiuti. Quando si comincia a scrivere così tardi dopo aver tanto letto, è inevitabile che si immettano tutti gli elementi che la vita ti ha fatto digerire, persone, passioni, sentimenti. Raccontando di Ricciardi, Maione, Garzo eccetera io racconto me stesso e il mio passato, il mio presente, i miei amori e le mie sofferenze. Tutto ciò fermo restando che sono fiero di essere uno scrittore di noir, un genere o un contesto che consente di raccontare come nessun altro la vita guardandola dal lato oscuro.




