
di Cristina Marra – Cent’anni fa moriva nel Connecticut lo scrittore Mark Twain, pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens. Nato e morto in concomitanza col passaggio della cometa di Halley (1835-1910), forse deve a questo la sua indole visionaria
e la sua tendenza al fantastico e all’immaginario che lo portarono a considerarsi “un misterioso e forse soprannaturale visitatore da altri luoghi”. Dalla sua esperienza di pilota fluviale lungo il Mississippi assimilò le conoscenze e gli elementi descrittivi e narrativi di cui si servirà nelle sue opere letterarie. Autore prolifico, Twain ha raccontato il mito della Frontiera ed è stato coscienza critica degli Stati Uniti. Diventato giornalista, si firmò Mark Twain, termine della navigazione fluviale che indica la profondità delle acque, e viaggiò per l’America e l’Europa tenendo conferenze e sfruttando le sue capacità di fine umorista. Furono il Mississippi, simbolo dell’esistenza umana, ed i suoi ricordi d’infanzia e di viaggio a suggerirgli i romanzi che lo resero famoso: “Le avventure di Tom Sawyer”(1876) e “Le avventure di Huckleberry Finn”(1884). Subito dopo: il declino. Lutti familiari e gravi problemi economici minarono la sua salute e la sua creatività.
Considerato da William Faulkner e Ernest Hemingway, il padre della letteratura americana, Twain è quanto mai attuale con le sue battaglie per i diritti umani, le sue lotte contro il razzismo e le sue denuncie sociali. I personaggi dei suoi romanzi sono americani “ingenui” che si rifiutano di subire e accettare le imposizione e gli inganni insite nella società e nella cultura del loro tempo.
Il suo capolavoro, “Le avventure di Huckleberry Finn” (Garzanti, i grandi libri, pag. 308 euro 8,00) concepito come continuazione di “Tom Sawyer”, acquisisce da subito una sua autonomia e celebra le gesta avventurose del giovane Finn in fuga verso la libertà insieme al nero Jim. Il teenager Finn, definito da T.S.Eliot “una delle figure simboliche permanenti della narrativa americana”, con le sue scelte, il suo carattere, il suo modo di esprimersi, diventa simbolo della nazione americana giovane, ingenua e a volte dura o crudele. Finn è l’archetipo del giovane che fugge dalla civiltà e le ansie ed i problemi che lo turbano sono quelli del suo paese: razzismo, divisione di classe, conflitti sociali e politici. Twain scrive per ispirazione ma anche per indignazione e nel suo romanzo descrive e racconta tutta l’America rappresentata dai linguaggi espressivi dei suoi personaggi: dialetti dell’Arkansas, black English, lingua elegante della borghesia.
Twain, come scrive Giovanni Baldi nella prefazione del volume, “abbandona la lingua aulica dei grandi romanzi dell’ottocento americano ponendo le basi del linguaggio letterario del romanzo americano del Novecento”.




