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The Father il padrino dei padrini di Vito Bruschini

10 Aprile 2010
in strillibri
Tempo di lettura: 4 minuti
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thefather
di Cristina Marra – Giornalista professionista, documentarista e direttore dell’agenzia stampa per gli italiani nel mondo “Global Press”, Vito Bruschini scrive il suo primo romanzo,

“The Father il padrino dei padrini”(Newton & Compton editore pag.472 euro 14,90) basandosi sul dossier del 1945 dell’affondamento del Normandie nel porto di New York che, reso noto nel 2003 rivela i veri mandanti del sabotaggio. Il romanzo ripercorre le tappe del fenomeno mafioso dalla sua nascita in Sicilia agli inizi degli anni Venti fino al suo arrivo in America negli anni del proibizionismo. Bruschini racconta la storia del fenomeno mafioso attraverso la saga della famiglia del principe Ferdinando Licata, “u patri” che nel 1939 si trasferisce a New York, entra in contatto con Lucky Luciano e diventa il temibile “The Father”.

“Bruschini, come e quando è nata l’idea di scrivere The father?”

“In questo primo romanzo confluiscono un po’ tutte le mie esperienze professionali accumulate negli anni passati. Dico al plurale perché prima di fare il giornalista sono stato sceneggiatore cinematografico, documentarista (ho realizzato circa 300 tra documentari e reportage soprattutto in Africa), e ricercatore storico per passione. L’idea di “The Father” nasce proprio dalla scoperta di un documento segreto dello spionaggio della marina americana datato 1945.”

I fatti di cronaca italiani e americani raccontati nel romanzo sono realmente avvenuti e si intersecano con invenzioni letterarie e personaggi veri e immaginari. A questa struttura narrativa, l’autore aggiunge una storia d’amore e un mistero custodito per anni. Come definisci il tuo romanzo?

“Il romanzo è molto cinematografico, nel senso che ci sono una gran quantità di personaggi e una struttura drammatica molto corposa. Dal cinema ho ripreso gli effetti speciali, come nel film Forrest Gump con Tom Hanks, il ragazzo maratoneta che incontra i grandi della sua epoca, così nel mio romanzo ho fatto interagire personaggi di pura fantasia con personalità dell’epoca, con tanto di nome e cognome. Lo scopo era di ricreare una realtà storica romanzata molto vicina però ai fatti e alle atmosfere di quegli anni”.

In “The father” si respirano i profumi e si percepiscono le atmosfere di una Sicilia che ricorda “Il Gattopardo”. Bruschini “dipinge” un affresco della Sicilia sotto il regime fascista: Salemi con le sue valli che “grazie ai colori brillanti degli appezzamenti erano splendenti come un pugno di diamanti”, o col trambusto generale creato dall’arrivo del cinematografo “che ebbe la forza di bloccare tutte le attività del paese”. Poi La “Merica” agli inizi degli anni Quaranta, il “paese del latte e del miele”, terra di emigranti di circa “centomila italiani che verso la fine degli anni Trenta varcarono l’oceano per andare a vivere dall’altra parte del mondo”, funestata dalla Grande Depressione e dalla criminalità.  

I luoghi: la Sicilia e l’America e la loro ricostruzione sociale, tradizionale e storica del tempo. Com’è stato il tuo lavoro di ricerca?

“Piuttosto faticoso perché c’era da descrivere un’epoca, quella a cavallo dell’ultima guerra mondiale, con tutti i dettagli al posto giusto. Ma, se vogliamo, questa è anche la parte più bella del lavoro di scrittura perché bisogna sapersi immergere nella mentalità di quei tempi, bisogna ragionare con le conoscenze di quegli anni e quindi si deve stare attenti anche alle parole che in quel periodo non venivano usate. E poi c’è tutto il lavoro di ricerca dell’ambientazione, dei costumi e dei modi di fare e di dire che ad esempio in un film sono distribuiti tra scenografi, costumisti e attrezzisti. L’impegno, rispetto a un romanzo ambientato ai nostri giorni è doppio, ma vuoi mettere la soddisfazione di ricreare lo spaccato di un mondo ormai perduto?”

Alla storia della nascita dell’organizzazione mafiosa si contrappone quella dell’amore contrastato tra Saro e Mena. “Un ragazzo molto intelligente, bello come il sole con quel ciuffo ribelle castano chiaro” è Saro, l’orfanello adottato dal dottor Peppino Ragusa, “ebreo e povero in canna”. Mena “magnifici occhi verdi incorniciati da una capigliatura corvina” è, invece, la figlia di Rosario Losurdo, il più ricco gabellotto di Salemi. Il loro è un amore impossibile e osteggiato, nato negli anni della giovinezza si manterrà inalterato nonostante la fuga di Saro in America dove diventa un malavitoso. Il sentimento dell’amore pervade tutto il romanzo e anche lo spietato padrino che “non credeva al matrimonio ed era sempre riuscito a sfuggire ai lacci di una moglie”, a New York, ospite in casa della nipote Betty, comincia ad assaporare “sensazioni ed emozioni che mai aveva provato”.

 Amore e morte, chi ha la meglio?

“Questi due personaggi, dopo una breve stagione di felicità e di amore pieno, vengono travolti da avvenimenti più grandi di loro. Prenderanno due strade opposte, l’esistenza li pone di fronte a scelte difficili da affrontare e spesso non hanno il coraggio di sostenerle e quindi scelgono la strada più facile, con tutto il dolore che ne consegue. È la storia di molta gente che in quegli anni dovette fare scelte estreme e che non sempre, come nei romanzi o nei film, furono capaci di intraprendere la strada della dignità e dell’eroismo. Questi personaggi sono molto umani, hanno le debolezze di tutti noi, ma proprio per questo debbono essere compresi e perdonati. Saro alla fine ha però la capacità di perdonare”.

“The father” diventerà un film. Qualche anticipazione?

“Quando ancora “The Father” era un manoscritto, il regista Alessandro D’Alatri (in questi giorni è uscito il suo ultimo film “Sul mare”) ne ha acquistato i diritti cinematografici. È sua intenzione farne un film di respiro internazionale. Attualmente si trova a Los Angeles per chiudere la produzione con una major americana. La storia è piaciuta molto in America, anche perché parla di un pezzo della loro storia, ma anche perché, così hanno detto, dopo il Padrino non si sono più fatti film di mafia con personaggi di tale spessore. Staremo a vedere”.

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