
di Cristina Marra – È il 1794 e “dappertutto si infiammano i popoli e chiedono libertà, uguaglianza e felicità” ma nel piccolo Stato dell’Isola di Hermosa nulla è mutato, nonostante i lumi della ragione abbiano acceso l’Europa
è “misero il destino degli ultimi in quest’angolo di mondo dimenticato in mezzo al mare”. Il destino dell’isola è al centro del romanzo storico-picaresco di Flavio Soriga che, dopo “Sardinia blues”, “L’amore a Londra e in altri luoghi”, “Neropioggia”, narra una storia avventurosa non imbrigliata dal tempo in cui si svolge ma identificabile in qualunque luogo o periodo scosso da un imminente fermento rivoluzionario. Se “la storia va veloce come un cavallo moresco lanciato al galoppo” questo non succede sull’isola “come se il mare rallentasse il fluire dei giorni e annacquasse il sangue degli isolani” e il destino è in mano all’erede del primo Re di Hermosa mentre è prossimo lo sbarco dei francesi. A dare sollievo al popolo affamato e sopraffatto da tasse e soprusi ci pensano i briganti “nemici dell’arbitrio dei feudatari e delle loro tasse ingiuste”. Capeggiati da Spartaco, che ha scelto l’avventura, i boschi e la macchia, “prendono” ai ricchi sfruttatori per darlo ai bisognosi. Spartaco, il brigante “dalla crudeltà lieve, di una certa ragionevolezza e capace di generosità” è in realtà il nobile Aurelio Maria Cabré di Rosacroce che per amore della cortigiana Sivigliana Ana Sofia, “bella come la luna d’estate”, lascia Venezia e ritorna sull’isola e con i compagni, vestiti di nero, barbuti con berretti in testa, mascherato aiuta la gente compiendo azioni armate giustificate da atti di arroganza. Aurelio è un marchese, un sognatore, un idealista ma anche un letterato e un amante appassionato. Per seguire il suo cuore si batte per la libertà degli isolani e non senza qualche ferita continua ad amore la sua Sivigliana.
Intrighi, relazioni segrete, contrabbando e cospirazioni di palazzo sconvolgono l’isola e, dal popolo, dai contadini, boscaioli e pescatori comincia a farsi strada la sete di riscatto e di giustizia. Soriga contrappone nobili e sudditi in un quadro sociale dal quale emerge la lealtà dei secondi ma si apre anche uno spiraglio di cambiamento da parte degli uomini di potere. Con un linguaggio di espressioni gergali e dialoghi che fluiscono senza le barriere dei segni di interpunzione, Soriga riesce a rendere per iscritto anche la libertà espressiva tipica della tradizione orale e picaresca. La narrazione, che si conclude con la Premessa che riporta al Palazzo Reale di Spagna nel 1724, procede veloce, a problemi sentimentali si alternano scontri e battaglie sul campo, e scorre al ritmo delle emozioni e delle passioni che animano e agitano il cuore dei briganti.




