
Pino Caminiti è stato per anni il protagonista assoluto della sinistra e del Pd reggino prima e calabrese poi. Le dinamiche – che i dati elettorali hanno tradotto in un tracollo – che hanno
seguito la sua uscita di scena sono state inequivocabili. Lui ha scelto di abbandonare le luci dei riflettori, da tempo, ormai. Strill.it è andato a trovarlo e a ‘stuzzicarlo’ per farlo parlare…
Lei è stato uno dei protagonisti della nascita del PD calabrese. Prima coordinatore regionale, poi candidato alla segreteria, quindi Presidente regionale del Partito. Sembrava un’ascesa inarrestabile ed invece l’improvvisa rottura, il suo abbandono in polemica frontale con la decisione romana del commissariamento. Partiamo da lì?
E’ acqua passata.
Ma non ha rimpianti e soprattutto non pensa di avere commesso degli errori in quella battaglia contro i vertici nazionali del Partito?
Rimpianti proprio no, errori certamente. Il più grave è stato quello di non aver compreso fino in fondo il grado di opportunismo, di cinismo e di subalternità di un pezzo non piccolo del gruppo dirigente regionale. Avere consegnato le chiavi del Partito calabrese nelle mani di Roma, senza una discussione e senza condizioni, è stata scelta politicamente mortificante e suicida. Tutta la vicenda successiva, quella di questi tre anni, sta lì a testimoniare in modo implacabile quanto sia stata deleteria quella capitolazione.
Lei salta Caposuvero…
Non lo salto io, è stato il Partito calabrese e nazionale a non volerne mai discutere seriamente. D’altra parte faceva comodo a troppi trasformare Caposuvero nel luogo comune che è diventato. La verità è che il PD regionale non ha mai discusso delle ragioni della sconfitta di quelle regionali. Il confronto, cruciale per ripartire, è stato bypassato di netto dal commissariamento.
Ma non può negare che il PD era in un marasma, lacerato da personalismi e guerre intestine…
Perché oggi com’è? Dopo l’abbandono di Bova, di Adamo e di Loiero si era sbandierata la nascita di una nuova primavera. Se la ricorda la rassegna stampa di quei mesi? Era di un chiasso assordante. Tutti a recitare la poesia di regime: il Partito liberato, il Partito rinato, il Partito rinnovato. Una litania ipocrita quanto surreale, dal momento che veniva ripetuta a cantilena mentre un Musi andava e un D’Attorre arrivava, con sullo sfondo la scena deprimente degli iscritti invocanti la celebrazione dei congressi e Roma che impietosamente li negava, senza colpo ferire, ma ad un certo punto anche senza tema del ridicolo, come quando tirò fuori la bizzarra scusa di un eccesso di competizione! Roba da non credere, o meglio, roba da Partito colonizzato, come poi si è toccato con mano con la candidature parlamentari a Reggio e a Catanzaro.
Né sembra che le acque si siano calmate con la celebrazione dei congressi locali….
Ne so poco, leggo come lei di tessere contestate, di congressi congelati, addirittura di segretari provinciali eletti ma non riconosciuti da una parte del Partito. Che vuole che le dica? Mi dispiace per i militanti e gli iscritti, per i tanti e le tante che ci hanno creduto e che ci credono ancora, ma tutto questo era un film già scritto. Se il PD in Italia non è più un Partito ma solo un aggregato di identità confuse e spesso confliggenti, in Calabria è peggio, perché a quel difetto del Partito nazionale si aggiunge la totale mancanza di autonomia decisa con il suicidio politico di tre anni fa. Ecco perchè le ho detto di non avere rimpianti.
Siamo ai giorni nostri e siamo soprattutto a Reggio, dove tra non si sa quanto si voterà per il rinnovo del consiglio comunale. Il centrosinistra ha iniziato a incontrarsi per costituire un tavolo di confronto tra le forze politiche. Lei che ne pensa?
Se qualcuno crede davvero di misurarsi con questa crisi senza precedenti della città con la logica e gli arnesi dei vecchi tavoli dei Partiti è quanto meno fuori di testa. A Reggio il centrosinistra è una coalizione minoritaria ed in crisi, e a questo dato rimane inchiodata nonostante quanto ha combinato qui il centrodestra. Reggio sta morendo. Vogliamo partire da qui, o no?
Vada avanti…
Di fronte al livello drammatico di questa crisi, muoversi con la logica degli schieramenti tradizionali è a dir poco inadeguato. Il punto di partenza di qualsiasi ragionamento non possono essere le coalizioni, ma la città. Si tratta in sostanza di capovolgere l’impostazione. Con una città in caduta libera, senza futuro e senza classe dirigente, il dovere della politica non è quello di pensare a sé stessa ma a quel che serve per compiere uno sforzo titanico e di lunga lena. Una città divisa e frantumata non ce la farà mai.
Sta dicendo che i Partiti hanno bisogno dell’apporto della società civile?
Sto dicendo qualcosa in più. Non si tratta di chiedere alla società civile di entrare in coalizioni già confezionate per arricchire schieramenti altrimenti elettoralmente deboli, ma di fare un passo indietro per mettersi al servizio di una grande operazione di civismo democratico, rinunciando ai propri simboli nazionali. Insomma, una misura straordinaria che dia alla città il senso della eccezionalità del momento. Io credo che si possa chiedere la messa in campo di tante energie sane e pulite solo a patto che si dimostri di fare sul serio, mettendosi in discussione per il bene della città. So, per esempio, che stanno nascendo diverse iniziative qua e là, da parte di gruppi, associazioni, liberi cittadini. Altre probabilmente ne nasceranno. Queste spinte non si incontreranno con gli schieramenti dei Partiti, se non in minima parte. Ed invece c’è un assoluto bisogno che questo fronte di nuovo protagonismo civico si allarghi e trovi un campo democratico che lo tenga assieme e lo saldi in una grande alleanza per la salvezza della città.
Sta tratteggiando uno scenario affascinante ma mai sperimentato….
No, c’è un precedente nella storia di questa città. Alla fine degli anni 80, la sinistra, di fronte ad un tornante difficilissimo della vita di Reggio, seppe trovare questo coraggio e questa ispirazione. Era una sinistra che amava la sperimentazione e l’innovazione e non aveva paura di mettersi in gioco. Oggi le ragioni che spinsero a quella scelta non solo ci sono tutte ma sono moltiplicate per mille. Ripeto, Reggio è sul punto di non ritorno. Questa città ha conosciuto nella sua storia altri momenti bui ma è sempre stata capace di trovare un guizzo, un moto, uno scatto. La rottura del 70 e la Primavera degli anni 90 sono per esempio pagine epiche di segno molto diverso ma che ci dicono in fondo la stessa cosa. Reggio, sotto una coltre di rassegnazione, di disillusione, di apatia, ha un grande cuore ed è capace di slanci inimmaginabili. La politica oggi, se vuole davvero salvare questa città, deve saper scavare dentro le sue viscere, sapendo toccare quelle corde sensibili che in altri momenti l’hanno fatta vibrare, facendola sentire una grande comunità, solidale, orgogliosa e con un grande senso di sé.
Il ragionamento ha indubbiamente una forza, e non solo evocativa. Introduce nello scarno dibattito politico cittadino una proposta che farà sicuramente discutere. Lei ha già avuto modo di verificare in qualche ambiente una eventuale disponibilità a questa impostazione?
Quella che lo ho espresso è un’opinione del tutto personale. Non frequento da tempo ambienti di Partito e ne conosco gli orientamenti. Leggo i giornali. Quel poco che si muove mi sembra la solita minestra, servita qui a Reggio come se fossimo a Milano o a Bologna: tavoli per scrivere regole e programmi, toto-sindaci. Se è così, c’è poco da stare allegri, o meglio, ci sarà….. da stare a casa.
(intervista realizzata da Giusva Branca)




