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Leo Pangallo: "Se csx cederà a consuete rimpatriate perdera ancora…''

16 Dicembre 2013
in Storie
Tempo di lettura: 13 minuti
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pangalloleone

La situazione politica reggina e, in generale, calabrese sta vivendo una fase di totale evoluzione. Su scala comunale

se, come pare, verrà prorogato il Commissariamento, si arriverà a votare tra un anno e questo allungamento dei tempi rende ancora più nebuloso il quadro. Abbiamo sentito Leo Pangallo, storico esponente della sinistra reggina

 

Pino Caminiti, “stanato” da Strill, ha messo “i piedi nel piatto”, accettando di discutere (LEGGI L’INTERVISTA) senza veli del PD, del centrosinistra e soprattutto della crisi drammatica di Reggio, per la quale ha avanzato una proposta dirompente: la rinuncia ai simboli nazionali dei Partiti come presupposto forte e credibile per una ampia alleanza civica per la salvezza della città. Lui dice: partiamo non dagli schieramenti o dai candidati a sindaco ma dalla città, la cui condizione eccezionale necessita di operazioni politiche e culturali ampie e inedite. Lei che ne pensa?

Vedo che, finalmente, prende corpo un’idea sulla quale da almeno un anno scrivo sul giornale online Zoomsud. Io non chiedo ai partiti di rinunciare ai propri simboli. Spero invece, questo è il punto decisivo, che cresca e si affermi in città un nuovo protagonismo del ceto civico. Non so quanto sarà coinvolgente la discussione e quale esito potrà avere. Lo vedremo alla fine. In ogni caso mi sembra corretta l’idea di partire dalla città e dai suoi bisogni.

Ma che vuol dire in concreto partire dalla città? Notiamo che anche Massimo Canale in una recente nota (LEGGI QUA) insiste su questo punto.

E’ semplicissimo, vuol dire partire da quel che serve alla città e ai reggini invece di ragionare partendo dagli assetti interni dei partiti e delle loro nomenclature. Ragioniamo su quel che sta accadendo nella realtà produttiva e sociale di Reggio e su come questi accadimenti si riflettono negli orientamenti dei nostri concittadini. La crisi è senza precedenti e sta disarticolando la già fragile economia cittadina. C’è incertezza e panico. Perfino nel mondo di chi si sentiva garantito. Da qui uno sgretolamento dei ceti e dei gruppi sociali, un ritorno di difesa corporativa dei propri interessi, un forma di egoismo che allontana una visione generale e collettiva sul futuro della città. La materialità della crisi scompone la società e disarticola gli orientamenti diffusi.

Sembra un discorso fumoso; ma quali sono le conseguenze sulla politica e sui partiti?

Questo stato d’animo separa ancora di più i cittadini dalla politica, determina una miscela esplosiva non soggetta a strumentalizzazioni elettorali. O comunque non soggetta a sviluppi su un terreno democratico; genera solo protesta, ribellismo, antipolitica. La dinamica è questa: scoppia una vertenza (Omeca, LSU, dipendenti del commercio,..); tutti a fare la gara a chi solidarizza meglio e di più rispetto al competitore. Ma la solidarietà non s’accompagnata a uno sforzo propositivo. La politica ha perso il gusto di avventurasi sulla ricerca di nuove soluzioni. Appare impaurita dalla qualità di una crisi che brucia le nuove generazioni e mette a rischio il mantenimento di una decente condizione di civiltà.

L’unica cosa che in questi anni ha appassionato la politica reggina è la città metropolitana, peraltro senza avere tirato fuori una concreta ipotesi di lavoro e, soprattutto, senza porsi mai il tema delle contraddizioni di una tale ipotesi in una realtà complessa segnata dalla separazione storica di Reggio con Messina e di Reggio con la propria provincia. Questo dibattito, praticamente sul nulla, ha funzionato come paravento al vuoto programmatico.

Questa analisi coinvolge anche il centro sinistra ed il PD?

Certo. Mi rivolgo soprattutto al PD al quale attribuisco, ancor prima che ad altri partiti, l’obbligo di porsi dal punto di vista della città e con spirito di servizio. Se non lo fa il PD …. Era nato per questo, come confluenza della tradizione del riformismo democratico e di sinistra. Ho letto affermazioni tipo: “il centro sinistra fa le primarie per indicare il candidato a sindaco; la società civile partecipa alla redazione del programma. Se poi qualcuno della società civile si vuole proporre, partecipi alle primarie”. Siamo alla politica consumata degli indipendenti di sinistra applicata alla nuova situazione.

Io penso, invece, che il centro sinistra, a partire dal PD, deve impegnarsi nella necessità/opportunità di coinvolgere soggetti esterni nella competizione elettorale. Non serve un ruolo notarile o di seggio elettorale, ma uno propulsivo per creare le condizioni perché ciò avvenga. Ovviamente partendo dai programmi e dalle risposte alla crisi. E non mi riferisco solo agli aspetti economici (le funzioni urbane, il ruolo produttivo, le condizioni di vivibilità), ma anche a quelli di una ricostruzione civile (la vita democratica, la normalità nella battaglia politica, il recupero dei valori).

Mi sembra di capire che lei pensa che ad una ipotesi di lavoro che preveda un piattaforma programmatica, una vasta partecipazione civica, una riorganizzazione degli schieramenti, una scelta a tutto campo dei candidati. E’ così?

Ha capito bene. Sono cose che devono procedere con coerenza. Ma voglio fare una precisazione: non penso che i partiti non possano esprimere proprie candidature. Anzi, poiché io continuo a credere nel ruolo della politica e dei partiti, è auspicabile che ciò avvenga. Vale per le situazioni normali. A Reggio, però, occorre discutere prima se siamo in presenza di una condizione normale o se, invece, non ci sia bisogno (come dicono tutti a parole) di allargare il campo delle aggregazioni e degli schieramenti.

Le dico di più. Penso che questa visone dei processi che bisogna innestare, a poco meno di un anno dalle possibili elezioni, sia obbligatoria anche per i partiti del centro destra. Anche da quella parte ci sarebbe bisogno di una coalizione aperta, di un dibattito volto al futuro, di un profilo più civico e meno partitico.

La città ne trarrebbe grande vantaggio.

Vuole dire che Reggio non è una città normale? E quindi?

Pensi soltanto allo scioglimento del Consiglio Comunale. Questo fatto non determinerà vantaggi politici; ha, invece, accentuato un distacco generale dalla politica. Per questo bisogna ripartire dalla città. Guai a chi guarda indietro. Non mi convincono le rimpatriate della vecchia coalizione di centro sinistra che ha già perso le elezioni e che, se si dovesse riproporre come tale, farà il bis. Non ci si può ripresentare con un “noi siamo questi; ma siamo disponibili ad allargarci”.

Veniamo ad un altro argomento che La riguarda. Lei viene dal PD e, dopo avere ricoperto ruoli di primo piano, sia politici che gestionali, ha da tempo volontariamente abbandonato “le luci della ribalta” per dedicarsi alla sua professione. E’ un disimpegno che nasconde qualcosa di più profondo e di meno personale? Con una centrosinistra che arranca, che significa che personalità di primo piano si autoescludono dalla vita politica attiva?

Io non vengo dal PD, ma dal PCI. Le mie radici sono quelle. E continuo a pensare, come a suoi tempo dichiarò Giuliano Amato che “il PCI è stato la più grande scuola di formazione politica dell’occidente europeo”. E dal PCI ho imparato molto. Certo, poi ci sono i conti con la storia e l’incapacità di portare fino in fondo un processo di rinnovamento. Ma questa è un’altra cosa.

E, comunque, non mi sento disimpegnato dalla politica. Sarebbe impossibile. Per molti della mia generazione la politica si è confusa con la vita; e spesso con alcuni eccessi. L’impegno attuale è ovviamente diverso, perché da oltre un decennio non svolgo ruoli di partito. Vedremo come si svilupperà il nuovo corso: io ragiono come i cittadini che hanno votato Renzi: “è uno nuovo, mettiamolo alla prova”. Ecco, dico, serve un progetto politico nuovo da mettere alla prova: quello del senso civico.

 

L’avvento di Renzi scopre uno spazio politico vuoto o coperto in modo debole e frammentato, quello della sinistra. Una sinistra riformista che si identifichi senza mal di pancia e troppe distinzioni con la sinistra europea. Non crede che sia ora di pensarci seriamente? E mentre ci si pensa in Italia, qui, intanto in Calabria e a Reggio, non è immaginabile la messa in rete di questo mondo, per lo più disperso e senza riferimento?

Se Renzi farà veramente aderire il Pd al partito dei democratici e socialisti europei, io riprendo la tessera. Non penso che la tradizione della sinistra italiana e dei cattolici democratici possa rivivere nella frammentazione.

Per finire. Mi sembra un poco pessimista sulle possibilità di rivincita del centro sinistra..

Mi ripeto su un punto decisivo. La sinistra, ma anche il centro sinistra, a Reggio è minoritaria. Sul piano numerico sicuramente; sul piano politico ha vissuto una crisi determinata dal fatto, ovviamente a mio parere, di non avere accompagnato la battaglia dell’opposizione con una capacità di costruzione di un progetto visibile di risposta ai bisogni ed alle speranze della città. Il consenso, come è noto, si costruisce prevalentemente sul progetto e non sulla solo denuncia.

Il commissariamento del Comune ha chiuso una lunga pagina nella vita della città. Il problema oggi non è di dividersi sul giudizio storico; ma sulla capacità di produrre alcune idee, poche se è possibile, ma in grado di parlare alla pancia ed al cervello dei cittadini.

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