
di Stefano Perri – E’ di ieri l’ultimo tragico incidente sul lavoro in Calabria. Un uomo di 53 anni, Palmiro Montalto, di San Giorgio Albanese (Cosenza), stava scaricando del ferro
da un muletto quando è stato travolto rimanendo schiacciato dal peso del materiale cadutogli addosso. L’ennesimo tragico episodio di una lunga sequela di decessi che vedono coinvolti lavoratori calabresi. Un vero e proprio bollettino di guerra per quelle che sono passate alla cronaca con la definizione patinata di ”morti bianche” ma che in realtà, di bianco, hanno ben poco.
Lavori pericolosi e condizioni di sicurezza sempre precarie. Secondo i dati diffusi dall’Osservatorio per la sicurezza sul lavoro Vega Engineering alla fine del mese di agosto erano già 15 in Calabria i casi di infortuni mortali sul lavoro. Una vera e propria strage. La Calabria è la quarta regione italiana in quanto a indice di mortalità rapportato al numero degli occupati. Peggio fanno solo l’Abruzzo, la Liguria e l’Umbria.
Rispetto al totale nazionale quasi il 5% degli incidenti mortali avviene in Calabria. Un dato spropositato soprattutto considerando che gli occupati annuali in Calabria sono poco più di 560mila, circa un quarto rispetto ai 2milioni 250mila del Lazio dove i morti, fino allo scorso agosto, erano 18, tre in più di quelli calabresi.
La Calabria si conferma dunque come una delle regioni d’Italia con più alti indici di mortalità. Tra le province calabresi maggiormente a rischio la peggiore è quella di Vibo Valentia, al 5° posto tra le province con più alto indice di mortalità. Segue la provincia di Cosenza al 7° posto, Crotone al 27°, Reggio Calabria al 58° e Catanzaro al 81° posto.
In generale l’indice di incidenza più alto sugli occupati si registra proprio nelle regioni del Sud. Seguono, distanziate di pochissimo, le Isole Sicilia e Sardegna, e poi il Centro, il Nord Ovest ed infine il Nord Est dove gli incidenti mortali sul lavoro sono ”solo” 32 su più di 3 milioni di occupati annuali.
In Italia sono in totale 317 le morti sul lavoro registrate dall’inizio del 2013 fino allo scorso mese di agosto. Un numero che continua a rimanere pesantissimo, nonostante le campagne, poco efficaci evidentemente, finalizzate a diffondere la cultura della sicurezza sui luoghi di lavoro.
Tra le principali cause di morte quella che miete più vittime è il ribaltamento di veicolo o mezzo in movimento, al quale è dovuto quasi il 30% dei morti. Più del 20% invece sono i lavoratori morti per caduta dall’alto, il 18% per caduta di oggetti.
I settori più a rischio sono quelli dell’agricoltura, all’interno del quale operavano quasi la metà delle vittime registrate fino allo scorso mese di agosto, delle costruzioni, del commercio e attività artigianali e dei trasporti. Più del 95% dei morti è di sesso maschile, si registrano infatti ”appena” 14 casi di donne morte sul lavoro. Nel 90% dei casi si tratta di italiani, solo 34 sono gli stranieri deceduti ad agosto di quest’anno, anche se questo numero potrebbe essere fortemente sottostimato a causa delle cosiddette morti invisibili nelle quali sono coinvolte decine di lavoratori stranieri irregolari. Tra gli stranieri le aree dove avvengono la maggior parte degli incidenti sono il Centro Italia e il Nord Ovest. Le nazionalità maggiormente coinvolte in casi di incidenti mortali sono la Romania, l’Albania e il Marocco. In generale rispetto alle fasce d’età le morti bianche aumentano proporzionalmente al numero di anni di servizio. La fascia più a rischio in valore assoluto è quella dei lavoratori con età superiore ai 65 anni, ma quanto all’indice di incidenza sugli occupati anche la fascia tra i 15 e i 24 anni è molto a rischio.
Dati che assomigliano sempre di più ad un deprimente bollettino di guerra. Il lavoro in Calabria continua ad uccidere, nonostante i proclami e le buone intenzioni dichiarate da parte delle Istituzioni, che promettono campagne informative ed un aumento dei controlli, senza però, evidentemente, ottenere i risultati sperati.




