
di Isidoro Pennisi – La questione dei Test d’ingresso all’Università e la conseguente politica del numero programmato o chiuso, che dir si voglia, non è
altro che una delle tante espressioni reali dello stato di scarsa lucidità complessiva di cui soffre ormai da tempo il nostro Paese. Intorno a questa politica degli ingressi si è tessuta successivamente una fitta serie di norme del tutto destituite di fondamento logico, ma simili a pratiche esorcistiche, che mirano a migliorare l’Università raggiungendo a tappe forzate l’esatto e contrario risultato. Lo si fa con tutta la buona volontà di questo mondo ricalcando le modalità di un fenomeno noto: eterogenesi dei fini. Non esiste dolo, quindi, ma siamo in presenza di una scarsa e generalizzata capacità di governo di questa struttura. Così generalizzata che parte dalle stanze ministeriali per concludersi in ogni assemblea di governo delle singole strutture dislocate sul territorio nazionale. Andiamo velocemente al cuore della questione. Una scarsa coscienza della storia fa pensare che ogni aspetto del presente, anche quando è colmo di enormi novità sostanziali, possa fare a meno del motivo primo che in un certo momento della storia lo ha reso necessario nella forma e nella sostanza con cui fu tirato fuori dall’inedito per diventare reale. Una ruota del Neolitico, ad esempio, è un oggetto del tutto diverso dai copertoni che oggi montano le nostre automobili ma a nessuno è mai venuto in mente di mettere in discussione il principio originale per cui la ruota ha un senso: vincere l’inerzia e l’attrito per fa muovere delle masse pesanti. Nessuno ha mai avuto in mente di realizzare una ruota quadrata per questo semplice motivo. Anche l’Università ha un motivo originale che se viene dimenticato permette a menti semplici di pensare per essa tutto e il suo contrario sino a farla diventare anche “quadrata”. Questo è avvenuto e questo sta avvenendo. Le conseguenze non sono roba da poco. Andiamo a quella che pochi conoscono ma che noi stiamo determinando senza nemmeno accorgercene. Mentre noi lasciamo fuori dalle porte, attraverso la selezione dei test, un capitale umano su cui dovremmo invece lavorare per preparare il futuro, questa parte si dirige in altri Paesi per formarsi. In futuro capiterà che il figlio o il nipote di uno dei mei numerosi colleghi che convintamente e notarilmente vanno dietro alle superstizioni normative che ci guidano, potrebbe morire sotto i ferri di un cattivo chirurgo formatosi in Romania o in Bulgaria che, come immaginate bene, non sono notoriamente Paesi con un sistema di formazione universitaria all’avanguardia ma che, in questo momento, legittimamente aprono le porte a ciò che noi scartiamo impunemente. Un numero sempre crescente di giovani con alle spalle famiglie che possono sostenere le spese di una istruzione universitaria, invece di gettare queste risorse nel calderone dei corsi di preparazione ai Test preferiscono utilizzarli per iscrivere i propri figli la dove vengono accolti senza questa nostra strana puzza sotto il naso. La colpa di questa scelta infelice è la nostra. D’altro canto siamo anche autolesionisti, oltre che irresponsabili dal punto di vista sociale, perché blateriamo di volere più risorse pubbliche dal Ministero ( risorse che non ci sono anche perché abbiamo contribuito in anni passati a sprecarle) ma concordiamo con il Ministero in questa politica di rifiuto delle risorse private che le famiglie italiane sono disposte ad impiegare anche oggi. Sembra un comportamento satirico, messo su per far ridere il mondo, ma non è così. E’ la traduzione di un principio ideologico diffusosi negli ultimi anni e basato su un substrato di analfabetismo di alta qualità che impregna chi come noi lavora all’Università. Questo principio prevede due cose: per formare degli studenti con buoni livelli di qualità il rapporto tra chi forma e coloro da formare deve essere basso, cioè i docenti devono lavorare con pochi studenti; per formarli bene e con qualità bisogna prenderli bravi già in partenza. Nel combinato disposto di queste due stranezze si inserisce una delle più straordinarie analisi che unisce arbitrariamente l’Università ed il mercato del lavoro con un filo diretto e robusto che solo i Professori Universitari Italiani vedono nella maniera con cui lo vedono. Mettere in sequenza le due questioni (Università e Mercato del Lavoro) e far dipendere una dall’altra e come mettere in relazione un Reparto Neonatale e i Nove Mesi che precedono un parto con la formazione di una squadra di Basket. E’ evidente che una squadra di Basket è composta da esseri umani adulti concepiti per via sessuale e nati in una struttura sanitaria, ma non si capisce come si possa programmare la sua formazione in base alle voglie di maternità e paternità degli esseri umani o, al contrario, come si possa intervenire sulle modalità di accoppiamento sessuale in funzione della nascita di potenziali giocatori di Basket. Sembrano due cose molto distinte anche se collegate nel tempo. Se legarle indissolubilmente diventa possibile la cosa dipende dalla scarsa vena intellettuale e scientifica ( ma anche morale e politica) di noi che lavoriamo all’Università. Così scarsa che ci induce ad avallare questa pratica esoterica senza alzare un ciglio. Una vena così scarsa che non ci permette nemmeno di conoscere il motivo originale per cui, ad un certo punto della nostra lunga storia, qualcuno decise di inventare l’Università. Un motivo che è ancora vivo, si dibatte, muove le braccia per farsi vedere, ma che noi non vediamo perché poco attrezzati a vedere le cose per come sono mentre siamo bravissimi a vederle per come noi vorremmo che fossero. Questo motivo fondante lo si può leggere ancora oggi in un documento molto noto che fu steso da mano regale. Fu Federico Secondo, il Grande Svevo, a rendersi conto che la sola qualità della formazione non bastava. In pieno Medio Evo questo intelligente personaggio si rese conto che l’alta formazione operata sino a quel momento, fatta da una trasmissione diretta del sapere da parte di tutori che formavano la classe dirigente dell’epoca, non era più sufficiente a produrre progetti politici ambiziosi e di respiro. L’Università non nacque per filantropia e voglia di giustizia sociale ( sentimenti che Federico Secondo non aveva minimamente) ma per la necessità razionale di avere a disposizione una quantità maggiore di capitale umano istruito per tradurre in pratica le possibilità date dalle nuove situazioni. Federico Secondo capì semplicemente ciò che a noi oggi sfugge: che la quantità è necessaria almeno o più della qualità per far funzionare una società complessa e con ambizioni politiche. Federico Secondo comprese che la meritocrazia, in quel momento data dalla fortuita posizione sociale in cui si nasceva e che ti permetteva di avere una istruzione o meno, era un fattore frenante delle sue ambiziose idee. Da qui la costruzione di una struttura che producesse il più ampio numero di capitale umano adatto a diventare una cinghia di trasmissione del motore sociale di una comunità. L’Università non nasce per formare Michelangelo o Einstein ma un capitale umano di qualità media adatto ad essere protagonista ricettivo delle idee e dei progetti che una comunità concepisce. Per questo motivo, ancora oggi, un Paese che ha un numero di laureati posto sotto una certa cifra ( e noi siamo in questa situazione) ha un destino di basso livello. Questo è il punto che i numerosi azzeccagarbugli presenti in discreto numero al Ministero, come in ogni singola nostra struttura periferica, non vogliono capire per limiti evidenti e non per malvagità. Questo non toglie che anche loro, forse, in un momento di vivacità intellettuale, potrebbero capirlo e operarsi per invertire urgentemente la questione. Io non posso far altro che chiedere, come ho già fatto altre volte, alla struttura dove lavoro, un impegno maggiore di idee e soluzioni da portare in ogni posto dove si decide il futuro dell’Università. Io chiedo, come sempre, di non accettare come dei notai lo stato di fatto ma di operare con intelligenza, realismo e gradualità ad una inversione di tendenza che passi dall’abolizione e dal divieto di porre limiti alle iscrizioni, prosegua con la chiusura di tutte quelle Agenzie inutili che leggono i nostri dati come si leggono i Fondi da Caffè e finisca con la cancellazione di tutte le norme che ingessano le nostre strutture. Chiedo a noi stessi, in ultimo, un piccolo e non gravoso sussulto di responsabilità che ci convinca che non è vero che avere nelle aule molti studenti sia faticoso ed oneroso ( lo è meno che andare in miniera) e non porti ai risultati che dovremmo pretendere. Chiedo a noi stessi un sussulto di responsabilità pari al privilegio che abbiamo nell’incarnare una figura come quella del docente che ha un passato di non poco conto e figure di tutto rispetto che sarebbe inutile enumerare. Un sussulto e non altro, ma necessario nel quadro di questo Paese cui sfugge sempre la trave che ha negli occhi per vedere la pagliuzza, pur evidente e plateale, che ha ad esempio quello sciocco ed inutile personaggio che ha anche guidato questo Paese, che pur di non mettersi da parte farebbe crollare tutto. Lui è nulla, secondo me, rispetto ai danni per il futuro che ognuno di noi sta perpetrando nelle Università senza accorgersene nemmeno. La responsabilità non è un concetto vano e non è nemmeno un concetto che trova una sostanza nei pochi metri quadri di tempo della nostra vita biologica. La responsabilità, sempre e comunque, pur variando di dimensione in rapporto ai diversi ruoli, si fonda sulla consapevolezza, che abbiamo perduto, che ognuno di noi deve difendere e pensare soprattutto a coloro che non possono difendersi e deve sempre ragionare in funzione di questi. Parlo di coloro che sono morti e di coloro che ancora non sono nati. Questo ho imparato nelle aule Universitarie che ho frequentato.




