
di Emanuela Martino – Quanto basta per una diagnosi, quanto difficile è il percorso per gli affetti da malattie neuropsichiatriche, soprattutto se sono bambini, in Calabria.
L’indagine parla chiaro, a fronte di ambulatori e unità operative di prima assistenza, alcuni privati, ma convenzionati con il sistema sanitario nazionale, nel nostro territorio non esiste ancora un reparto che possa ospitare i pazienti e fornire loro le cure necessarie per diagnosticare le patologie e indicare le terapie migliori.
Il percorso, quindi, è segnato: una prima analisi del problema, presso i servizi ambulatoriali sparsi per tutto il territorio calabrese, poi il “viaggio della speranza” nei reparti degli ospedali dislocati dal Centro in su, per ricoveri di minimo 12 giorni, e poi il rientro a casa, per attivare le terapie, nei centri ah hoc in cui i pazienti possano fare logopedia, psicomotricità, psicoterapia ed, il più delle volte, successivi ricoveri lontani dalla Calabria.
Ma è chiaro che, per questo genere di patologie (che vanno dal Ritardo Mentale all’Autismo ), più è precoce la diagnosi, più si aiutano i bambini che, non guariranno mai, ma che “presi in tempo” possono migliorare molto.
Il centro di assistenza più vicino, per Reggio Calabria, resta sempre il Policlinico Universitario della dirimpettaia Messina, ma, molte volte, anche da lì occorre ripartire alla volta dei nosocomi del Centro e Nord Italia. Primo tra tutti il “Bambin Gesù” di Roma, ma anche lo “Stella Maris” di Pisa o il Gaslini di Genova.
E se qualcosa si muove, come a Lamezia, dove grazie agli interventi di privati, alcuni posti letto di Pediatria sono stati destinati alle patologie neuropsichiatriche, per attività, comunque, sempre di natura ambulatoriale, sono ancora molti, moltissimi i bambini calabresi che, accompagnati, dalle loro famiglie travalicano i confini regionali per le cure.
Eppure basta poco, a sentire i genitori dei piccoli pazienti che, proprio da qualche tempo a questa parte, hanno sollevato il problema con gli organi di stampa, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema e sollecitare l’apertura di un reparto ad hoc per altro a costo zero.
Che curarsi fuori, costi parecchio, infatti, alla regione non è una novità, se, dati alla mano, il 17% dei calabresi si sposta al Centro Nord per i ricoveri ordinari. Il dato, emerso da un’indagine nel Ministero della Salute e reso noto alla fine del 2012, testimonia come dal 2006 al 2010, per la mobilità attiva dei calabresi (ovvero di coloro che scelgono di ricevere prestazioni sanitarie fuori) la Regione paghi 4355 euro a ricovero, contro i 2540 per chi resta e i 3492, per chi (il 2,9%) sceglie di farsi curare alle nostre latitudini (fonte Quotidianosanità.it e Sole24ore.it). E il dato non migliora per le cure in Day Ospital, per le quali la Calabria è terza con il suo 17,9% di pazienti che sceglie di farsi seguire da strutture sanitarie settentrionali.
Un giro di denaro di 3.8 miliardi l’anno e per un fenomeno che, dal 2006 al 2010, ha interessato 4,5 milioni di italiani.




