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Genitori e figli, vite unite dallo stesso fiato…

21 Maggio 2013
in Storie
Tempo di lettura: 4 minuti
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semedicuore
di Anna Foti –
Seme di cuori è quello che genera i figli, quello che con cui si coltivano i legami e che accresce il bagaglio di emozioni nella vita di ciascuno. E’anche il titolo della commedia

sulla genitorialità scritta dal medico genetista reggino, Manuela Priolo, e drammatizzata dall’associazione di Artisti Reggini della Sanità (ARS), operativa dal 2004 ed ufficializzata nel 2007, pubblicata in collaborazione con il Rhegium Julii unitamente a tre monologhi femminili “…e poi” sempre a firma di Manuela Priolo, con i contributi di Elisa Mottola, psicologa, responsabile di un consultorio e socia onoraria dell’AIDM, e della presidente dell’AIDM (Associazione Italiana Donne Medico) Carmen Marchese, autrice della poesia che chiude l’opera “Lettera ad un uomo mai nato”). Un’avventura nei meandri dei rapporti più preziosi, intimi e stretti di ogni esistenza, quelli maturati lungo il cammino compreso tra l’atto della nascita e quello della morte.

Anche questi monologhi, che esplorano la meraviglia ed il dolore che la maternità riserva, sono stati rappresentati in passato da Leda Altomonte, Marina Amedeo, Francesca Zappulla. Questa sera, invece, al Politeama Siracusa torna in scena ad opera dell’ARS, dopo l’esordio di marzo, “Seme di cuori” con lo spettacolo il cui incasso sarà interamente devoluto al circolo culturale Rhegium Julii, presidio culturale insostituibile che molto sta risentendo dei tagli ai contributi pubblici proprio a sostegno della Cultura; contributi con i quali il Rhegium, in quasi 50 anni di intensa attività, ha portato in riva allo Stretto premi Nobel e scrittori di rilievo nazionale ed internazionale.

L’opera, presentata alla presenza dell’autrice, medico e madre di tre figli, Manuela Priolo, del presidente del circolo Rhegium Julii Giuseppe Casile e del socio Mario Musolino, nello spazio incontri dello stand della Regione Calabria, regione ospite al Salone Internazione del Libro di Torino nei giorni scorsi, si nutre delle storie che Manuela Priolo, medico ma ancora prima donna, ha accolto nella sua dimensione professionale, vestendo i panni del medico per vocazione. Si tratta di un racconto in cui la stessa Priolo affida al lettore/spettatore i dolori, le angosce ed anche le gioie in cui chiunque universalmente si riconosce. Ecco che per lei la scrittura, come ha sottolineato nella prestigiosa cornice di Torino, ha avuto uno scopo terapeutico per portare fuori tutta la pienezza del cammino di umanità dentro la complessa e variegata dimensione della genitorialità e della famiglia, che non smettono di essere essenziali, anche in difetto, ossia quando per le ragioni più diverse non ci sono o vengono meno.

“Ho prediletto uno stile di narrazione che mi consentisse di strutturare il racconto come fosse un album di fotografie da sfogliare per attingere ricordi ed emozioni”, ha sottolineato Manuela Priolo. Fotografie in cui genitori, donne, madri, uomini padri, ma anche nonni, figli e figlie si raccontano al lettore ed allo spettatore in tutta la loro disarmante nudità di esseri che si smarriscono e si ritrovano proprio in quei legami profondi, totalizzanti, insostituibili.

Una serie di ritratti per raccontare la sofferenza ed il miracolo irripetibile del parto, la fiducia nella vita della madre che affronta da sola la sfida, il dolore di una madre che non porta avanti la gravidanza, che si arrende all’abbandono, la ricerca dei figli di quella “pancia perduta” che culmina nell’approdo tra le braccia amorevoli dei genitori adottivi, la dimensione di una donna che non riconosce nella maternità, ma in sé stessa, la priorità della sua esistenza, la dedizione di una madre ai figli fino ad esaurimento e con un marito indifferente accanto. Poi la meravigliosa avventura dei nonni, il loro inarrestabile amore riflesso sui nipoti.

Una serie di ritratti che si completano con i monologhi dell’opera “…. E poi” in cui a raccontarsi è anche una madre che coraggiosamente non si tira indietro rispetto ad una gravidanza rischiosa e foriera di criticità, una madre che la gravidanza l’ha interrompe, una madre che condivide la maternità, in qualità di medico, con coloro che ogni giorno si interrogano sul futuro proprio e del nascituro.

Ma torniamo a “Seme di cuore”, in scena stasera al Politeama Siracusa di Reggio per il Rhegium Julii. Al centro di questo viaggio tra le diverse sfaccettature della genitorialità, che traendo anche spunto dal titolo si dipanano sullo sfondo di una partita a carte, anche l’esplorazione delle difficoltà di dialogo intergenerazionale, del confronto di due modi di vivere le epoche e di interpretare la società, spesso in contrapposizione. 

Non mancano le attese di una madre apprensiva, la ribellione di un figlio, il distacco che comporta la separazione dei genitori e dunque la destrutturazione del focolare domestico, la perdita, quasi sempre per il padre, del calore dei figli. Non solo la figura materna, infatti, ma anche quella del padre che non riesce a comunicare con il figlio, assistendo impotente al suo allontanamento, il travaglio del padre costretto, innaturalmente, a sopravvivere al proprio figlio dopo averlo perduto in un incidente.

Un amore strappato, un dolore senza speranza. Una narrazione eclettica, anche coraggiosamente ironica, la cui verità si coglie nell’autentica tensione verso la vita cui ogni storia, anche la più disperata, sembra irrimediabilmente protesa. La vita è sempre più forte.

“…Seme di cuori/ lega i nostri incrociati bagliori/consapevole intreccio di due forme d’amore/unte dallo stesso fiato” chiude così la lirica Sognando l’alba di Carmen Marchese.

A scandire i ritratti, che si susseguono tra le pagine e sul palco, lacrime e sorrisi, gioie ed angosce, emozioni e solitudine, parole dette ed altre taciute, contraddizioni ed incontri; Manuela Priolo rende i suoi lettori (spettatori) e autori (registi) delle sue storie, prezioso patrimonio della sua missione medica.

Uno spaccato carico di vita reale che trova nelle sue fratture più profonde, la forza per riemergere, rinnovarsi ed intraprendere altri cammini in cui ritrovarsi inconsapevolmente figli di genitori funamboli, sempre attenti a non compiere un passo falso e a non librarsi nel vuoto ma semmai nel cielo.

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