
di Giusva Branca – A Reggio, da qualche mese, vive e lavora un signore. E’ napoletano di S.Antimo e ha 52 anni. Per mestiere fa il coach
di basket, ma questo non è decisivo. E’ il coach della Viola Reggio Calabria, quella squadra il cui spirito va ben al di là del mero fatto agonistico, da sempre. Ma anche questo non è decisivo. E’ però importante.
E’ importante anche che lui, uomo colto, che ama le buone letture e le approfondite riflessioni su ogni cosa, abbia compreso, quasi istintivamente quello spirito e, ancor di più, abbia percepito la delicatezza del momento storico di Reggio e della Calabria (e qui il basket non c’entra nulla).
La sua squadra, la Viola, con lui in panchina si è resa protagonista di una rimonta formidabile nella classifica del torneo di A dilettanti e, soprattutto nelle due ultime gare, è stata pesantemente danneggiata dagli arbitri.
Ma nemmeno questo è decisivo: il fatto è che questo signore, solo da pochi mesi in città, per tramite della sua autorevolezza, figlia della cultura, della sobrietà e della morigeratezza (tutte doti ampiamente riconosciutegli nel mondo del basket), ha preso posizione duramente.
Lo ha fatto contro chi, in qualche modo parlando a vanvera (ma non a caso, anzi in maniera strumentale) ha mentito, banalizzato, volgarizzato l’operato della Viola negli ultimi mesi.
Ma qui – e questo è il fattore decisivo del ragionamento – il nostro uomo ha letto il fatto in sé, legato a dinamiche (piuttosto meschine) di comunicazione scelte dagli uffici stampa di alcune società concorrenti, nella sua portata più grave, dirompente: quello relativo all’offesa alla storia della Viola, della sua gente, del suo spirito che, in sé, conserva l’ultimo, estremo spirito di sopravvivenza della nostra comunità, ben al di là dal parquet, ben oltre i fischi “ad orologeria” di alcuni arbitri.
Questo signore in pochi mesi ha capito tutto di un intero territorio: ha compreso che quanto più sono marcati i problemi tanto più ci sono risorse, valori cui fare appello; ha compreso che se i valori sono alti essi vivono, uguali a sé stessi, in tutti i campi della società civile, ora in canotta e calzoncini, ora in giacca e cravatta; ha compreso che se questi valori sono offesi su un parquet, esattamente allo stesso modo i medesimi valori risultano automaticamente vilipesi in tutti quei paradigmi sociali i gangli dei quali generano il tessuto connettivo più vivo, sensibile di un’intera società civile.
Questo omone napoletano, con dichiarazioni a mezzo stampa, pensieri messi in rete su facebook e anche attraverso la fiera, forte, marcata protesta con gli arbitri (c’è modo e modo di protestare, c’è chi può farlo e chi no…vero Rugolo?), ha fatto per la città di Reggio (non solo per la Viola) molto di più di quanto in decenni non abbiano fatto reggini purosangue.
Perché il richiamo ai valori ed al rispetto ha un senso solo se gli stessi valori sono protetti con disciplina asburgica e pragmatismo prussiano principalmente al loro interno, contro chi, più o meno scientemente, con i suoi comportamenti li pregiudica ogni giorno.
E in quest’uomo alberga un rigore etico-morale di altri tempi, quello che serve in una città allo sbando, di questi tempi. Anche solo come segnale, come testimonial.
Se il Presidente e il dg della Viola, Muscolino e Condello hanno avuto l’intuito di puntare su di lui, ora hanno il dovere di garantirgli una permanenza a Reggio di portata pluriennale.
E le dinamiche tecniche, in questa valutazione, non c’entrano per nulla, anche se aiuterebbero.
Quest’uomo si chiama Francesco Ponticiello.




