
di Isidoro Pennisi – Per un nuovo anno.
Un anno non passa in fretta ma si prende il tempo che, da sempre, qualcosa o qualcuno
gli concede che, minuto più o meno, corrisponde a ben trecentosessantacinque alzate e ricadute ardite di Sole cullate da altrettante parentesi stellate e mai buie del tutto. E noi, ognuno di noi, partecipa a questo valzer astrale ed universale chiedendosi sempre il motivo di questo invito a partecipare mai spedito, mai esplicito, ed in apparenza del tutto casuale. Perché noi? E’ meglio non provare spesso a darsi una risposta. E’ meglio non avventurarsi in strade che potrebbero risultare senza uscita. E’ meglio domandarsi come colmare questa assenza di risposte con ciò che potenzialmente questo tempo ci permette di fare che, in fin dei conti, è l’unica cosa probante. Possiamo vivere come se questo tempo avesse un senso ristretto e vicino ai nostri piedi e al nostro metro quadro di esistenza, ad esempio, oppure viverlo come se l’origine di questo senso fosse troppo lontano per essere visto, da qualsiasi parte si guardi volgendo lo sguardo e utilizzando gli occhi che abbiamo. In questo Universo, poi, ognuno vigila su un punto preciso ed alimenta un area di vita del tutto precisa ed infallibile. Un area che può essere di vario genere. Spesso è il ruolo che ci siamo ritagliati nella vita o quello che le occasioni hanno fornito. Spesso è la responsabilità che ci siamo assunti volontariamente o quella a cui non abbiamo voluto o saputo dire di no. Spesso è la sola presenza in un punto della vita altrui. Ma è anche, e molto più comunemente, la persistenza nel vivere in una precisa area geografica e demografica di questo Universo. Di fronte a quest’ultima dimensione del tempo che consumiamo, che non lascia fuori nessuno e non consente eccezioni nemmeno al più superbo degli eremiti, qualche risposta più precisa e puntuale va sempre cercata. In un tempo e in uno spazio definito si cela ciò che per noi è potenzialmente possibile e ciò che di questa potenzialità, alla fine, sperimentiamo. In questo perimetro può e deve essere circoscritta la nostra storia personale e collettiva con i suoi valori o meno. Da questo perimetro, anche dopo essere sfuggiti da tutti quelli più grandi, non si scappa e non si ha modo di nascondersi al suo interno. In quell’area definitiva si può solo resistere o essere annullati dal tempo che, di suo, non ha colpe. Il tempo fa il suo lavoro e lo fa sempre bene. Non ho alcun ruolo o autorevolezza per dare i miei auguri alla città di Reggio Calabria per queste ennesime feste scampate anche alle profezie senza profezia. Non sono colui che guida la Città civile e materiale. Non sono colui che ne guida le anime e la profondità della loro religiosità. Non sono nemmeno uno di coloro che, secondo le direzioni più gloriose o più discutibili, detengono una delle quote di partecipazione al potere che la rende, per l’appunto, una città di donne e di uomini sulla Terra. Sono solo un eterno forestiero innamorato del suo lungo Balcone sullo Stretto. Innamorato delle sue ferite antiche e di quelle future praticate dalla tellurica geologia. Innamorato della maniera con cui si guarda adorante senza vedere alcuni suoi tratti inguardabili. Innamorato delle sue luci notturne come delle sue soleggiate aperture verso il cielo. Innamorato e basta, potrei dire, e anche abbastanza fedele, se dovessi pensare alle diverse tentazioni che la vita mi propone. Ma questa città, come altre di questo Paese adagiato in maniera aggraziata su un mare antico, frammentato – e con una Costituzione Repubblicana che è sì bella ma che della sua bellezza, come di tutte le bellezze, nulla può se ne può fare senza che qualcuno la guardi nel profondo degli occhi – ha oggi uno dei suoi rituali appuntamenti con la storia civile del Paese cui appartiene. Il mio augurio è che, per motivi desiderabili ma non prevedibili, questa città affronti questo appuntamento provando a guardare un poco più lontano del solito. Soprattutto in questo frangente della sua vita comunale in cui è stata giustamente umiliata dall’esautorazione della sua guida politica legittima ma, forse, senza onore e senso di responsabilità. Un poco più lontano del solito non per vedere il futuro nella sua genericità temporale ma per vedere quale sarà il posto dei suoi figli e dei suoi nipoti in rapporto alle scelte che oggi vanno fatte. Quel futuro lo si costruisce, in parte, ora. Ed è quindi il momento che ogni cittadino di questa città di cui sono profondamente innamorato decida di regalare un poco della sua biografia al futuro prossimo e remoto di questa comunità. Un poco delle sue abitudini migliori ma messe da parte, un poco del suo coraggio antico che la portò a risollevarsi più volte dopo i colpi di maglio della natura. Che ognuno lo faccia come sa e come può. Che ognuno lo faccia di più o di meno. Che ognuno lo faccia in casa o per strada. Che ognuno lo faccia da solo o con gli altri. Che ognuno lo faccia. Questo è il mio augurio sincero di chi, forestiero ed innamorato di questa città, altro non può fare che seguirne il destino senza, però, farsi limitare in nulla e per nulla come dovrebbe fare ogni innamorato che si rispetti.
Perché questa è la vera essenza di chi ama incantato qualche cosa o qualcuno. Una essenza caparbia del tutto simile ad una nascita che non si fa intimidire o limitare da una morte, con tutto ciò che una nascita è una probabilità mentre la morte è una certezza. Ma è questa probabilità, se ci pensate, che ci fa essere qui. E’ questa probabilità che non ci fa perdere tra le strade del Mondo e ci consente di dare parti di noi stessi a più di una esistenza determinata senza che ciò risulti incoerente. E’ una pretesa indomabile. La stessa che si legge tra le campagne dei Colli Albani, nei presi di Roma, dove una voce sola composta da quasi tremila uomini caduti in battaglia recita: “ noi soldati Polacchi, per la nostra e la vostra libertà, abbiamo dato le nostre anime a Dio, i nostri corpi al suolo Italiano, i nostri cuori alla Polonia”. Nemmeno una Patria, nemmeno una Terra, nemmeno Dio, può chiedere ad ognuno di noi un amore esclusivo. Tantomeno noi per noi stessi. Auguri, quindi.




