
di Isidoro Pennisi – 8 Novembre 2012.
Nel giorno e nel mese della nostra nascita e della nostra morte spesso si scrive la trama di una cosa che si
può chiamare, se volete, destino. Vi sarebbero altri nomi e definizioni per questa cosa ma non è il giorno, il tempo ed il luogo per parlarne. Nel Novembre di trenta anni fa nasceva in sordina l’Ateneo di Reggio Calabria diventato Mediterranea solo in seguito. Nasceva sulla base di una poco più che decennale esperienza di una Scuola di Architettura che già si era fatta valere con la forza del suo entusiasmo giovanile nel panorama delle Facoltà di Architettura del nostro Paese. Oggi, sempre a Novembre, questo Ateneo compie trenta anni di vita e, contemporaneamente, si appresta a concludere una buona parte della sua rifondazione organizzativa data dall’applicazione di una recente riforma legislativa. E’ sempre la stessa avventura ma da oggi avrà una nuova forma di vita. Le novità, in sé, non sono garanzia di successo e di miglioramento. Esattamente come il progresso che, anche se pensiamo il contrario, non è mai una garanzia di miglioramento. Diventiamo migliori solo se lo vogliamo e se lo sappiamo essere. Lo diventiamo, soprattutto, se qualcuno ci aiuta ad essere migliori. In questo caso è elementare convincersi che la nostra esperienza, in bene ed in male, è quella che ci può aiutare ad essere migliori di come siamo. Per questo ha valore ricordare, personalmente e collettivamente. Le righe e le immagini che seguono, quindi, hanno solo questo valore. Ma v’è pure un altro Novembre che oggi si somma. Nel Novembre di quattro anni fa lasciava il servizio attivo in questa vita una delle persone determinanti in questa grande avventura. Si chiama Antonio Quistelli. Primo Rettore di questo Ateneo. Trenta anni fa, senza molto clamore, lui inaugurava l’inizio di quell’anno accademico con l’aria di chi stesse facendo esclusivamente il suo dovere e con l’animo di chi sa che farlo è solo un privilegio impegnativo.
I.P.
Novembre 1982 – Novembre 2012.
Questo otto Novembre 1982 è il primo giorno di vita del Nostro Ateneo. Pur se la transizione a questo nuovo stato non si annuncia con esteriorità particolari, viviamo un momento importante che ci porterà in una dimensione diversa di rapporti e che, insieme, comporta nuovi impegni per un qualificante lavoro. L’esperienza che abbiamo fatta in questi anni garantisce che lo sforzo per adeguarci ai nuovo compiti sarà pieno e che possiamo riprometterci da esso il frutto d’animare al più presto gli studi di quei nuovi corsi attesi e auspicati dalla società alla quale ci rapportiamo.
Formulo l’augurio che per tutti noi il nuovo lavoro sia grato come quello già compiuto e ringrazio, nel contempo, tutti coloro che hanno reso possibile l’importante evento che distingue questa giornata. Chiedo mi sia permesso di ricordare lo I.U.S.A., che ha chiuso con ieri la sua storia positiva, per ristrutturarsi oggi, con i Suoi Docenti, i Suoi Studenti e con tutte le componenti dell’Istituto, come Facoltà di Architettura di Reggio Calabria. Invio un caloroso saluto a tutti, e in particolare agli Studenti che a Cosenza, a Catanzaro e a Reggio attendono di contribuire, in spirito di collaborazione e di coordinamento, alla crescita della Università e della Regione Calabria.
Il Presidente del C.T.A.
(Prof. Arch. Antonio Quistelli)
A trenta anni di tempo da qui.
Trenta anni. Appena un sospiro nel tempo di una geologia dell’Universo. Un appena. Un gesto solo accennato. Un movimento veloce come un pelo sottile del pensiero. Tempo. Quello che si vive senza rimorso. Quello che non si riesce a pesare perché è luce consumata. E non abbiamo altro. Abbiamo già troppo: tempo.
Trenta anni. Corpi su corpi. Sfavillio di nomi e necrologi di cognomi. Un vento di vitalità che non abiura nemmeno gli errori palesi che hanno il sapore di Grecale, di Tramontana, di Scirocco, sempre fuori posto e fuori luogo.
Trenta anni e bisogna ancora andare sino in fondo. Pietra su pietra. E poi ghiaia e poi finissima sabbia e poi … una semplice traccia incancellabile di queste unghie affilate che hanno sorretto ogni ruggito, ogni carezza, ogni debolezza.
Trenta anni sono ancora nulla. Sono un ombra di “sostanza di cose sperate” ancora da raggiungere. Seguire quest’ombra con pazienza è la strada che ci porterà al corpo che la produce mentre attende, fiducioso, nel tempo che verrà. Dove esiste un ombra esiste per forza di cose un corpo: questa è la sicurezza che ci guida. Questa ricerca è una delle tante grandi avventure della vita collettiva. Questa che ricordiamo oggi è iniziata appena trenta anni fa sullo Stretto.
Per oggi e per domani.




