
Due di questi angoli di mondo in cui la Vita, la Dignità, la Libertà, l’Integrità delle donne sono stati violati, si trovano in Calabria, nel cosentino dove il 26 luglio 1988 una giovane donna rendese, Roberta Lanzino, ha perso la vita. Al suo destino tragico potrebbe essere legata anche la morte brutale di un’altra donna calabrese, Rosaria Genovese. L’altro angolo ricade nel reggino, a Montebello Jonico in provincia di Reggio Calabria, dove nella frazione di Fossato Orsola Nicolò nel 2008 è stata uccisa a colpi di pistola dal marito.
Orsola
Le ha sparato alla schiena, mentre lei cercava di rifugiarsi in casa; nove colpi di cui tre l’hanno raggiunta mortalmente impedendole di mettersi in salvo. Le ha scaricato addosso tutta la sua ira, colpendola con tutti i colpi che aveva in canna e poi è fuggito.
Lui, il marito che non voleva avviare le pratiche della separazione, Francesco Manti, 53 anni, ha reagito così quel 19 settembre 2008 quando nei pressi delle abitazione al seguito di una lite, come purtroppo i vicini ne ricordavano tante, alla presenza di una delle due figlie che poi ha chiamato i Carabinieri, ha ucciso la moglie Orsola Nicolò di 42 anni che voleva lasciarlo e poi si è dato alla fuga. Fu arrestato qualche giorno dopo in un casolare della zona e a suo carico, nell’aprile del 2010, scaturisce dal processo di appello la sentenza di condanna per omicidio ridotta, rispetto al primo grado, a 14 anni e 8 mesi. Un violenza che si manifesta in tutta la sua evidenza, che non lascia spazio a dubbi ma in cui gli interrogativi non danno tregua. Come può una donna, moglie e madre essere uccisa in questo modo dal proprio marito, dal padre delle sue figlie?
Roberta
Tra le montagne, ormai maledette di Falconara Albanese, nel cosentino, è stata spezzata anche la vita della giovane Roberta Lanzino. La studentessa di Rende non è mai arrivata alla sua casa al mare quel giorno di 24 anni fa. Era il 26 luglio del 1988 e lei aveva diciannove anni quando sul suo motorino percorreva un tratto di tirreno cosentino verso Miccisi di San Lucido, prima di imbattersi nella violenza e nella brutalità di chi, dopo anni di processi, colpi di scena e smentite, forse accenna ad avere un volto per la giustizia e per la famiglia della giovane.
Una fatalità sfociata in tragedia quella del pomeriggio del luglio del 1988. Roberta già in strada in motorino verso la casa a mare di Miccisi di San Lucido si era persa e, secondo il racconto di testimoni oculari, chiedendo informazioni ad un bivio di quella strada provinciale del tirreno cosentino, avrebbe imboccato una via alternativa.
Dopo quel bivio di Torremezzo, l’aggressione, la violenza, la morte e un mistero che lentamente nonostante siano trascorsi più di venti anni non ha ancora svelato tutte le sue pieghe. Pieghe tra le quali si sono insinuate menzogne e tentativi di affossare un gesto brutale, uno stupro, un atto vile di violenza contro le donne al solo scopo di mantenere un omertoso e vergognoso silenzio e coprire infamanti responsabilità.
Comincia tutto con un fitto mistero. Il ritrovamento, la mattina successiva, di quel motorino riverso nella scarpata e, poco distante, di quel corpo martoriato e senza vita di Roberta segnò l’inizio di un indagine che oggi lega insieme diversi delitti. Dal tentativo di incolpare figli di noti professionisti della città bruzia all’assoluzione in Cassazione dei tre pastori imputati, i fratelli Frangella e ed un cugino. Nonostante tale sentenza, le indagini condotte fecero luce sugli accadimenti di quel pomeriggio, sul percorso di Roberta prima dell’aggressione. Si registrava una paura incomprensibile che serpeggiava intorno a questa vicenda, subito dopo il suo accadimento. I delitti che seguirono, e che sembrerebbero essere ad esso legati, potrebbero spiegarne il perché.
In forza delle rivelazioni nel 2000 dei pentiti della Ndrangheta Umile Arturi e Franco Pino, informato dai boss di San Lucido – Romeo e Marcello Calvano di cui il primo non ha confermato le circostanze in oggetto ed il secondo è stato ucciso nell’agosto del 1999 – del fatto che la ragazza fosse stata uccisa da Franco Sansone e Luigi Carbone, si riaprono le indagini presso la Procura di Paola dove il pm Domenico Fiordalisi, pubblica accusa nell’odierno processo, sarebbe tornato a cercare la verità sulla morte di Roberta. Nessuna responsabilità di giovani della Cosenza bene, come le operazioni di depistaggio avrebbero voluto lasciar intendere, ma un delitto occasionale senza indagati eccellenti e maturato in un contesto di violenza e di terrore oppresso da un cappa mafiosa.
La svolta arriva anche con la deposizione della confidente di Rosaria Genovese che fuga ogni dubbio circa i significativi collegamenti che legherebbero insieme la morte della giovane Roberta, la scomparsa dell’allevatore Luigi Carbone (che forse era sul punto di rivelare qualcosa) avvenuta nel novembre del 1989, la morte per strangolamento di Rosaria Genovese nell’aprile del 1990, dei pastori Libero Sansone e Pietro Calabria, i cui corpi trucidati sarebbero stati ritrovati a Ferrera di Paola nel marzo del 1989. Sembra che tutti fossero a conoscenza di dettagli dell’omicidio di Roberta e che per questo siano stati “messi a tacere” subito dopo quel delitto. Questi gli elementi alla base della riapertura dell’inchiesta e due i testimoni chiave: il fratello di Rosaria Genovese, Gennaro, e il padre di Luigi Carbone, Carmine.
Si tratterebbe, dunque, di un intreccio tragico di violenza e barbarie, forse interessi economici legati a proprietà terriere e pascoli. Un intreccio certamente degenerato in un progetto criminale di eliminazione di possibili testimoni scomodi. Nel gennaio 2010 disposto il rinvio a giudizio per Franco Sansone, imprenditore di Cerisano scomparso nel 1989, proprietario del fondo rustico presso cui lo scorso anno fu invano effettuato un sopralluogo per la ricerca del corpo di Luigi Carbone, già detenuto per l’omicidio della casalinga Rosaria Genovese e imputato nel processo per il delitto di Luigi Carbone. Franco Sansone è ritenuto esecutore materiale del delitto Lanzino. Imputati nel processo Lanzino anche ad Alfredo e Remo Sansone, rispettivamente suo fratello e suo padre, a loro volta anche coimputati anche nel processo per l’omicidio dello stesso Carbone.
Il processo ancora tarda a volgere al termine e dopo 24 anni ancora papà Franco e mamma Matilde, costituitisi parte civile, non hanno avuto Giustizia per la loro figlia Roberta. Mezza dozzina di udienze in dodici mesi. Nei giorni scorsi un’udienza, presso la Corte di Assise di Cosenza, dopo la sosta estiva ed il rinvio dello scorso ottobre cui erano presenti, come sempre, i genitori di Roberta. Era il turno dei fratelli Frangella, già imputati e assolti, adesso testimoni il cui contributo al processo è stato davvero poco degno di nota.
Centro antiviolenza ‘Roberta Lanzino’ e Convenzioni Internazionali
Oggi Roberta, cui è stato dedicato il primo fumetto italiano (Roberta Lanzino, ragazza) che racconta la storia di una vittima di violenza maschile, scritto da Celeste Costantino e Marina Comandino, edito da Round Robin nella collano Libeccio e curato dall’associazione Dasud, sarebbe stata zia dei nipoti, figli di sua sorella Marilena e dei suoi fratelli Giuseppe e Luca e invece non rimane che il ricordo che la sua famiglia e chi l’ha conosciuta intendono onorare con azioni concrete capaci di offrire speranza e aiuto a chi quotidianamente subisce violenza. Da qui nasce il progetto realizzato nel 1989 della fondazione Lanzino con sede a Rende (CS), attiva nelle scuole con attività di sensibilizzazione sui temi dei diritti e della prevenzione della violenza di genere e l’idea, subito concretizzata nell’autunno successivo a quell’estate maledetta, di istituire il centro “Roberta Lanzino” con casa rifugio dal 2000 per le vittime di maltrattamenti e violenza. Tale centro, ancora in attesa del finanziamento dalla Regione, prosegue nella sua missione e promuove proprio per la giornata odierna un sit in a Cosenza in Piazza Kennedy per sensibilizzare sul tema della violenza sulle donne, unendosi
ad altri centri antiviolenza della Rete Nazionale per sottoporre alle istituzioni la firma della Convenzione Nazionale contro la violenza maschile sulle donne – ‘femminicidio No More’ voluta dall’Associazione Nazionale dei Centri Antiviolenza – D.i.RE –,dall’Unione Donne Italiane, dall’Associazione Giulia,dalla Piattaforma CEDAW, PANGEA, BE FREE, GIULIA, ARTICOLO 21. Tali iniziative seguono di qualche mese la firma dell’Italia, adesso si attende la ratifica, della Convenzione di Instanbul del 2011 concernente la prevenzione della lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Il cammino per l’affermazione sulla carta dei diritti delle donne è cominciato nel secolo scorso con la Convenzione sui diritti politici della donne del 1952, la Convenzione sulla nazionalità delle donne sposate del 1957, la Convenzione per il Consenso al Matrimonio, l’Età Minima per il Matrimonio e la Registrazione dei Matrimoni (1962), la Dichiarazione sull’eliminazione della discriminazione nei confronti delle donne del 1967, la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne del 1979, nota anche come Cedaw – Convention about Elimination of Discrimination Against Women. Tutti documenti che in questi decenni ha tracciato l’inizio di un percorso condiviso, ufficializzato ed avviato a livello mondiale proprio con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948.
Nel panorama italiano intanto recentemente si è fatta strada la proposta di legge di Giulia Bongiorno, Futuro e Libertà, e Mara Carfagna, Popolo delle Libertà, che arriverebbe a punire, se approvata, in alcuni specifici casi, con l’ergastolo il “femminicidio”, omicidio di una donna e per il solo fatto di essere donna. La proposta prevede due ipotesi per la comminazione dell’ergastolo ossia l’aggravante di anni di violenza precedenti all’omicidio e l’ipotesi di femminicidio aggravato laddove si accerti che la condotta sia stata posta in essere ”in reazione a un’offesa all’onore proprio o della famiglia di appartenenza o a causa della supposta violazione, da parte della vittima, di norme o costumi culturali, religiosi o sociali ovvero di tradizioni proprie della comunità d’origine“.
Violenza sulle donne, dalle Storie ai dati
Il fenomeno della violenza sulle donne è oggi in drammatico aumento con una donna ogni due giorni vittima di omicidio ed una donna su due vittima di violenza. Si impone drammaticamente il fenomeno del femminicidio anche in Italia, come espressione di una deficienza di cultura del rispetto dell’altro e dell’uguaglianza dei diritti. Dati in aumento nel 2012 al centro di iniziative ed occasioni di confronto e riflessione nella giornata odierna dedicata alla lotta alla Violenza contro le donne e alla memoria delle vittime quotidiane di questa piaga sociale e culturale. Secondo il Telefono Rosa, che offre sostegno alle vittime di violenza, dall’inizio di questo anno sono state oltre 120 le donne uccise prevalentemente, nella misura anch’essa in aumento dell’85%, per mano del loro partner. La violenza domestica rimane in cima alle cause e la fascia di età più colpita è tra i 16 ed i 44 anni. La denuncia rimane uno strumento che la donna attiva in là con l’età, quando i figli sono grandi, dopo anni di abusi e maltrattamenti sopportati anche per assenza di una indipendenza economica e di una possibilità alternativa di crescere i figli. Un fenomeno che reclama priorità nell’agenda di tutti i Governi, non esistendo aree al mondo che siano esenti da responsabilità. Oltre 500 mila sono le donne vittime di commercio e tratta finalizzati alla prostituzione solo nell’Europa Occidentale, oltre 135 milioni quelle infibulate nel mondo, oltre 14 mila quelle che, solo nel 1999, sono morte in Russia per mano di partner o parenti. Una ricerca nel 2005 ha rivelato che in Francia, ogni 4 giorni, muore una donna vittima di violenza domestica. Un flagello che colpisce milioni di donne nel mondo non solo vittime di violenza domestica ma anche di discriminazioni e tradizioni ed usanze inumane e degradanti come l’infibulazione, il matrimonio forzato, il delitto d’onore. Donne vittime di culture, di tradizioni disumane che ne pregiudicano libertà e integrità, di consuetudini sociali che ne ostacolano l’affermazione in quanto esseri umani. Milioni di donne abusate, mutilate, condannate a morte senza processo, giudicate irreversibilmente da parenti e dalla comunità. Migliaia quelle analfabete, escluse dalla società, schiavizzate, vendute e comprate, soggette a ferree regole familiari che ne mortificano la dignità, ne cancellano l’identità, ne condizionano la vita e ne decidono persino la morte. Vittime dei conflitti e di stupri etnici. Donne cittadine di serie B ma anche testimoni cruciali di quella violenza che nasce nella mente e si nutre pregiudizio. Donne che, anche da sole, portano avanti le battaglie che in realtà sono di tutti.
25 novembre, giornata internazionale di impegno e memoria
Il 25 novembre del 1960 trovarono la morte, in un campo di canna da zucchero mentre erano di ritorno dalla visita in carcere ai loro mariti, le sorelle Mirabal, Patria Mercedes, Minerva Argentina e Antonia Maria Teresa. Erano i tempi duri della dittatura di Rafael Leonidas Trujillo nella Repubblica Domenicana. Il 25 novembre 1981, in memoria di quel tragico giorno, si tenne la prima Conferenza di Donne Latinoamericane a Bogotà in Colombia. In quella occasione fu proclamata la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne. Un orrore che non lascia fuori il nostro paese. Nella storia che oggi abbiamo voluto ricordare, rivivono le storie di tutte le altre donne. Anche di quelle, troppe, di cui non si sa nulla. E a gran voce deve risuonare il monito per una società più Giusta e più Libera per Tutti.
Roberta ed Orsola sono state vittime dei loro aguzzini ma anche di quella sfida che l’Italia e la Calabria, e non solo esse, devono smettere di perdere. La sfida culturale per la Parità dei Diritti, la Libertà di Coscienza, il riscatto dall’omertà mafiosa. Una sfida che non può e non deve fare a meno di alcuno.
L’uguaglianza dei diritti è, infatti, una sfida di Civiltà e dunque Universale. Donne e uomini, indistintamente, rappresentano i tasselli fondamentali del puzzle eterogeneo, e per questo straordinario, dell’Umanità. Risorse necessarie per quel cambiamento che recuperi quella metà di cielo offuscata dall’assenza di diritti e al contempo individui nella pari Dignità, l’unica meta di un nuovo e necessario ‘cammino comune’.




