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Minori a rischio, Antonio Nicaso a Strill: ''Valutare caso per caso, ma bisogna cambiare strategia complessiva''

8 Settembre 2012
in Storie
Tempo di lettura: 4 minuti
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nicasoantonio
di Stefano Perri
– Sulla vicenda nata dopo il provvedimento del Tribunale dei Minori di Reggio Calabria che ha deciso di allontanare dalla propria famiglia mafiosa

un ragazzo sedicenne

ed affidarlo ai servizi sociali, siamo andati a sentire chi di ‘ndrangheta (e di anti ‘ndrangheta) se ne intende. Il giornalista Antonio Nicaso è uno dei massimi esperti internazionali del fenomeno della criminalità organizzata in Calabria e non solo. Autore (già nel 1995) di Global Mafia e di recente protagonista della fortunata collaborazione con il Magistrato Nicola Gratteri che ha prodotto capolavori tra i quali, solo per citarne alcuni, ”Fratelli di Sangue”,  ”Il grande inganno”, la ”Malapianta e ”La Giustizia è una cosa seria”.

 

 

Dottore Nicaso, negli ultimi giorni si è aperto una sorta di pubblico referendum sul provvedimento del Tribunale dei Minori. Lei cosa ne pensa? E’ giusto allontanare un ragazzo dalla propria famiglia mafiosa, seppure non si siano ancora verificate a carico del giovane delle fattispecie di reati di tipo mafioso?
Anzitutto bisogna tenere conto della particolare specificità della ‘ndrangheta, che ha una struttura fortemente basata sul vincolo familiare e di sangue. Una caratteristica acquisita negli anni ’60 con l’arrivo dei fondi per la Cassa del Mezzogiorno quando i mafiosi capirono che era meglio dividerne i proventi con i propri familiari piuttosto che con gli estranei. Da questa che appare una motivazione un po’ banale si fonda una delle caratteristiche più importanti della ‘ndrangheta, che gli ha consentito di passare indenne dal periodo del pentitismo. Proprio per questo status della ‘ndrangheta, fortemente basato sul vincolo di sangue, può essere presa in considerazione la misura adottata dal Giudice del Tribunale dei Minori.

Dunque secondo lei può essere considerata una misura valida?
Sono contrario all’utilizzo di questa misura in modo indiscriminato. Io direi che il caso di analizzare vicenda per vicenda perché ci sono delle situazioni in cui ci sono gli elementi per togliere la patria potestà ai mafiosi che vivono continuamente in latitanza. Ma sono contrario all’ipotesi di applicare questa misura sistematicamente senza tener conto delle motivazioni di specie o particolari.

Giungere ad un provvedimento di questo tipo può essere considerato un fallimento delle agenzie di formazione tradizionali?
Il discrimine sicuramente è la famiglia. Spesso quando si nasce in famiglie mafiose è difficile trovare alternative. In alcune zone ad alta densità mafiosa il ruolo della scuola o della chiesa resta marginale rispetto alla mentalità mafiosa dilagante delle famiglie. In queste zone è difficile poter uscire fuori dal contesto familiare. E’ chiaro che può essere considerato un fallimento. La Chiesa continua ad assumere un atteggiamento di tolleranza, di perdono, continua ad essere dura con il peccato e tollerante con i peccatori. La scuola non riescono ad offrire una formazione valida, ne tantomeno ambienti accoglienti per un giovane al quale va offerta una possibilità di sognare e di sperare di costruirsi un futuro. E’ tutto un insieme di cose.

Appare come un fallimento complessivo del sistema. Che tipo di risposta si può dare?
Quando si parla di lotta alla mafia bisogna tener conto che non bastano le manette e le sentenze. C’è bisogno della famiglia, della scuola, della società civile. E in Calabria spesso queste componenti vengono meno, insieme ai bisogni primari, al lavoro, ai diritti che diventano favori e i favori che diventano ricatti. Questa mentalità contribuisce a creare un’organizzazione che diventa sempre più forte e potente.

E’ vero però che la storia ci ha consegnato una serie di eccezioni importanti. Ragazzi cresciuti in famiglie mafiose che hanno costruito il loro riscatto e oggi sono simboli dell’antimafia. 
Le eccezioni indubbiamente ci sono, ci sono sempre state, forse un po più in Sicilia e meno in Calabria. Ma bisogna ripensare l’intera logica della strategia antimafia. Dobbiamo renderci conto dell’importanza della società civile e del fare squadra. La ndrangheta è una minoranza organizzata, la società è una maggioranza disorganizzata. Se noi non cominciamo a ragionare nei termini di aggressione complessiva al fenomeno mafioso non si otterranno grandi risultati. Arrestato un mafioso ce ne saranno sempre altri dieci pronti a rimpiazzarlo. Le eccezioni ci sono, però è difficile sdraiare il fenomeno da ambienti ad alta densità mafiosa dove mancano anche dei modelli di riferimento. Io ricordo un’intercettazione di Aglieri che a proposito dei progetti sulla legalità diceva ”lasciateli fare tanto quando avranno bisogno di un posto di lavoro verranno da noi”. I giovani possono anche manifestare e ribellarsi ma poi alla fine dell’università con il 110 e lode gli viene consegnato anche il passaporto perché saranno costretti a lasciare la Calabria.

E allora che tipo di prospettiva lasciamo ai giovani? Come uscirne?
Bisogna ragionare in termini di squadra, di strategia. Bisogna poter soddisfare i bisogni della gente, scardinare la logica dello scambio e del diritto che diventa favore.  I mafiosi hanno necessità di tenere la popolazione in uno stato di perenne bisogno. Solo se si ha bisogno ci si rivolge al mafioso o alla malapolitica. E’ in questi casi che si crea il terreno sul quale i mafiosi riescono ad avere un ruolo. Dobbiamo studiare nuove strategie che devono tenere conto soprattutto del benessere sociale della gente.

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