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Il segno di Gioacchino da Fiore nel cammino del cardinale Carlo Maria Martini

3 Settembre 2012
in Storie
Tempo di lettura: 3 minuti
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cardinalemartini
di Anna Foti –
« … il calavrese abate Giovacchino di spirito profetico dotato »,  immortala così Dante Alighieri nel dodicesimo canto del Paradiso, l’abate, teologo, scrittore Gioacchino

da Fiore, nato a Celico (morto e Pietrafitta – CS) e vissuto tra il 1100 ed il 1200 in Calabria nel cosentino, dove, già abate cistercense di Corazzo, fondò la congregazione monastica florense fiorita con il supporto di papa Celestino III nel 1186, grazie al sostegno di papa Gregorio IX e dei sovrani svevi dell’Italia meridionale e decaduta sotto gli angioini. La rivitalizzazione dei loro monasteri si deve all’Ordine Cistercense che li riunì nel 1570. Ebbene Gioacchino di Fiore, venerato come beato dai florensi dalla Chiesa cattolica, la sua visione del mondo e della Giustizia sono state al centro dell’esperienza di ricerca spirituale e di riflessione condotta dal Cardinale Carlo Maria Martini, già vescovo di Milano, biblista ed esegeta, morto ieri nel varesotto in Lombardia all’età di 85 anni, e che del teologo calabrese, da lui stesso definito il più grande profeta del secondo millennio, ha raccontato nel suo libro ‘Verso Gerusalemme’. ‘Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate’, un passo dell’Apocalisse che nella sua opera il cardinale Martini, definisce caro ‘ai grandi profeti cristiani da Gioacchino da Fiore a Giorgio la Pira’.
Sulle orme di Gioacchino da Fiore lo stesso Cardinale Martini sperimentò dunque l’amore per la Parola, addentrandosi nelle sacre scritture, soffermandosi e divulgandone l’essenza. L’abate calabrese, nell’interesse del quale il 25 giugno 2001 l’Arcidiocesi di Cosenza -Bisignano iniziò nuovamente l’iter per la canonizzazione (ad oggi risulta conclusa la fase diocesana), infatti, forse proprio durante il pellegrinaggio in Terrasanta, maturando il distacco della materialità del mondo, si immerse nello studio delle sacre Scritture.
Quando tornò in Calabria la sua ricerca spirituale proseguì in una grotta nei pressi di un monastero italo-greco posto sulle falde del monte Etna, poi presso l’Abbazia di Santa Maria della Sambucina e poi dall’altra parte della valle nei pressi del guado Gaudianelli del torrente Surdo, vicino Rende. Quindi fu la volta di Catanzaro dove fu ordinato sacerdote e poi la significativa sosta a Santa Maria di Corazzo, abbazia fondata da benedettini nei pressi del fiume Corace nel comune catanzarese di Carlopoli, dove fu eletto abate, rinunciandovi in un primo momento e rifugiandosi prima presso il monastero di Sambucina, nel comune cosentino di Luzzi nella Valle del Crati (Sila Greca), e poi al monastero del legno della croce ad Acri, sempre nel cosentino. La sua missione era quella di scrivere e studiare le Sacre Scritture, al punto che, dopo viaggi in Lazio e Veneto, fu prosciolto dai doveri abbaziali da Papa Urbano III nel 1188.  Quindi si trasferì in Sila.
Come Gioacchino da Fiore, dunque, il cardinale Carlo Maria Martini, lesse e visse profondamente le Sacre Scritture in cui ha dimostrato l’esistenza di punti luce lontani da logiche di potere ed invece linfa per le libere coscienze. Testimonianza di una Chiesa Cattolica illuminata fu anche la posizione di apertura sull’omosessualità.  Promotore appassionato dell’Ecumenismo, operò per riunire i fedeli cristiani del mondo, operando in particolare per un dialogo tra Cristianesimo ed Ebraismo. Nel novembre del 1979 avviò nella diocesi milanese la pratica delle “Scuole della Parola”, per insegnare a «leggere un testo biblico usato nella liturgia per gustarlo nella preghiera e applicarlo alla propria vita». Una testimonianza di Fede nutritasi della meditazione della ricerca interiore di cui fu maestro e pioniere l’abate calabrese, Gioacchino da Fiore.

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