
di Stefano Perri – Un dibattito acceso ed appassionato quello tenutosi durante la seduta del Consiglio regionale dedicata alla Spending Review e finalizzato a ribadire la contrarietà
della Calabria all’abolizione delle province di Vibo e Crotone. Un dibattito che ha rischiato però, soprattutto in alcuni passaggi, di assumere i connotati di un ultimo disperato tentativo di garantire l’autoconservazione (e forse l’autoreferenzialità) della classe politica calabrese.
Basta voltarsi indietro e rileggere le dichiarazioni risalenti solo a pochi mesi fa espresse dei capi nazionali dei partiti dell’intero arco costituzionale per comprendere come il taglio delle Province fosse fino a qualche tempo fa un vessillo abbastanza unitario in Italia. Una bandiera che nessuno, se non il Governo Monti, ha avuto il coraggio di tenere in mano ma sulla quale in tanti hanno provato a soffiare trasformandola in una sorta di feticcio da sventolare di fronte alle tentazioni antipoliche degli elettori.
Si sa gli Italiani dimenticano presto (e i Calabresi ancora prima) ma senza arrivare al Movimento 5 Stelle del kamikaze Grillo, il taglio delle Province è stato una delle battaglie caratterizzanti dei Dipietristi di Italia dei Valori durante gli anni del Governo Berlusconi ed era addirittura contenuto nel programma della compagine di Governo che ha guidato il Paese per ben tre anni prima di abdicare in favore dei bocconiani.
“Purtroppo per via di una situazione multifattoriale, le Province finiscono troppo spesso per non dare servizi ai cittadini, e per trasformarsi in luoghi in cui proliferano clientele. Proprio per questo in una ottica di taglio agli sprechi, si rende necessario abolirle tutte”. Parlava così fino a pochi mesi fa Angelino Alfano, allora Presidente del primo partito di maggioranza, il Pdl, casa base del Premier Silvio Berlusconi.
“Io sono assolutamente favorevole al taglio delle Province – gli faceva eco il leader di Sel e Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola – l’idea di approfittare della crisi economico-finanziaria per semplificare i luoghi della decisione a me pare una scelta importante. C’è oggi tra comuni, aree metropolitane, province e regioni una commistione e confusione delle prerogative e responsabilità”.
Stessa musica con il Democratico Renzi che puntualizzava ”Io avevo proposto di abolire le Province anche quando ero presidente e non era tema di moda”.
Gli unici da sempre, coerentemente, contrari al taglio delle province erano i rappresentanti della Lega Nord, campioni nella salvaguardia delle postazioni faticosamente acquisite negli enti locali dell’arco alpino e sulla pianura padana, prima che la stagione degli scandali li travolgesse.
La seduta di martedi a Palazzo Campanella ha evidenziato posizionamenti esattamente opposti. Adesso che il provvedimento è stato inserito nel pacchetto della Spending Review sul quale probabilmente Monti chiederà la fiducia, i deputati regionali calabresi di tutti i partiti tirano su le barricate contro il taglio delle Province. Delle due l’una: i Partiti nazionali hanno tutti cambiato idea, con buona pace della coerenza, o le segreterie politiche calabresi sono piene zeppe di impavidi capicorrente pronti a schierarsi contro la linea nazionale del loro partito pur di salvaguardare le esigenze dei territori dai quali provengono.
L’equilibrismo si sa è esercizio da bravi funamboli, ma come la storia insegna gli uomini avvezzi alla politica hanno spesso dimostrato di saper fare anche di meglio. La soluzione, contorta, aleggia nell’aria, e solo in pochi hanno il coraggio di sostenerla apertamente e con convinzione. Tutti favorevolissimi al taglio delle Province ma contrari rispetto alla decisione arbitraria di sopprimerne solo alcune e salvarne altre.
E allora sarebbe opportuno chiedersi perché un consiglio regionale convocato per salvare Vibo e Crotone e non una seduta straordinaria per invocare l’abolizione di tutte le Province italiane?
Le province a rischio in Italia sono ben 61. In Lombardia 10 su 12, tutte tranne Milano e Brescia, 9 su 10 in Toscana, dove resisterebbe solo Firenze, stesso discorso in Emilia-Romagna dove saltano 7 su 9, a parte Bologna rimane solo Parma. E ancora in Campania, risultano di troppo le Province di Benevento, Avellino e Caserta, nel Lazio Rieti, Latina e Viterbo.
Non tutte le province in ogni caso saranno tagliate. Il testo del Decreto prevede infatti la possibilità per due o più province di coalizzarsi tra loro realizzando l’accorpamento che ne eviterebbe l’abolizione. La discriminante sta nel superamento dei parametri fondamentali per la costituzione di una Provincia. Una popolazione superiore ai 350 mila abitanti e una estensione geografica non inferiore ai 3mila chilometri quadrati.
La Calabria dunque non è la Regione più colpita dal taglio delle Province, anche se forse, si potrebbe sostenere, sarà quella dove gli effetti del taglio provocheranno maggiori difficoltà.
I sondaggi condotti nell’ultimo anno hanno sempre indicato che la maggioranza degli italiani risulta favorevole al taglio delle Province. Una tendenza che probabilmente deriva dallo scarsissimo grado di credibilità del quale gode oggi la classe politica italiana e, di conseguenza, le istituzioni. Una tendenza evidenziata anche dagli esiti delle ultime tornate elettorali, sempre più caratterizzate dall’aumento dell’astensionismo e del cosiddetto voto di protesta che ha premiato movimenti fondati sull’antipolitica e sul populismo.
L’impressione è che comunque in Calabria la lotta contro la soppressione delle Province stia infuocando solo all’interno dei Palazzi istituzionali. Ulteriore conferma alla tesi di chi sostiene che sia solo una battaglia di autoconservazione della casta, o per meglio dire della castina (visti i tempi di vacche magre). Le cronache, almeno per il momento, non registrano folle oceaniche di calabresi infoiati scendere in strada per difendere i loro amatissimi enti provinciali.
Eppure le tanto vituperate Province sono tra i pilastri fondamentali dell’assetto democratico costituzionale. Storicamente risultano gli enti che forse più rispecchiano il percorso di formazione dell’assetto istituzionale del nostro Paese. Gia nel medioevo la vita pubblica era governata dalle Province mentre per formare le Regioni si sono dovuti attendere gli anni 70 del novecento, per altro con risultati tutt’altro che soddisfacenti a giudicare dalle Regioni che per la loro particolare complessità hanno dovuto assumere un nome composto (Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige).
Ma si sa che gli Italiani, maestri di pragmatismo, si lasciano guidare più dalla pancia che dall’analisi storica. Da questo punto di vista c’è da registrare che il più delle volte la spesa pubblica necessaria al mantenimento dei cosiddetti enti intermedi, definiti come presidi fondamentali di democrazia, non determina una ricaduta effettiva in termini di servizi per i cittadini.
Le competenze salienti esautorate dalle Province e da tutti richiamate come servizi essenziali sarebbero la viabilità e l’edilizia scolastica. Basterebbe dunque dare un’occhiata alle condizioni di strade e scuole nella nostra Regione per comprendere come fino ad oggi le cose non siano andate esattamente a gonfie vele.
In conclusione, ancora una volta, delle due l’una. Se le Province, come hanno sostenuto i leaders nazionali dell’intero arco parlamentare, sono effettivamente degli enti spreconi che non hanno capacità di incidere in termini di servizi alla cittadinanza allora sarebbe stato opportuno mantenere un atteggiamento di coerenza e chiedere anche in sede di Consiglio Regionale il taglio indiscriminato di tutte le Province italiane.
Se invece si ritiene che le Province continuino a mantenere una funzione essenziale negli assetti democratici ed istituzionali e siano fondamentali per garantire gli equilibri di rappresentanza tra i Comuni e le Regioni e necessari anche in termini di servizi erogati, allora i presidenti di provincia e i consiglieri regionali calabresi avrebbero fatto bene a battere i pugni un po’ di tempo fa di fronte ai loro parlamentari e soprattutto nelle segrete stanze dei partiti che, fino a non molti mesi fa, si sono unanimemente espressi a favore dei tagli.
L’impressione è che il dibattito, come purtroppo spesso è avvenuto in passato, sia giunto un po’ tardi all’ordine del giorno degli affollatissimi tavoli istituzionali calabresi.
Difficile pensare che il Governo Monti indietreggerà sul piano del contenimento della spesa (simbolico o sostanziale che sia), di fronte alle minacce di qualche provincia periferica della ‘selvaggia Calabria’, ancor più visti i restrittivi parametri imposti in ambito comunitario ed internazionale.
Monti viaggia su un treno che procede spedito attraverso la stagione delle riforme scomode che nessuno ha avuto il coraggio di fare per non perdere consensi ma che si sono rese necessarie come conseguenza di decenni di sprechi e prebende che hanno ridotto la spesa pubblica italiana ad una specie di colabrodo. Con tutta probabilità sulla Spending Review verrà posta la fiducia e anche i parlamentari più accaniti alla fine saranno messi in riga e saranno costretti a votarla.
Risulta alquanto impervio, ad oggi, immaginare che anche solo una delle forze politiche nazionali che sostengono la maggioranza del Governo Monti decida di mettersi di traverso di fronte a quel treno senza rischiare di rimanerne travolta.




