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La leggenda di Donna Canfora riaffiora nel mare calabrese dei miti

19 Luglio 2012
in Storie
Tempo di lettura: 3 minuti
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donnacanforadipinto
di Anna Foti –
Maurizio Carnevali e Luca Marovino, Italia, Maria Rucker da Munchen, Germania, Marit Lyckander, Norvegia, Patrick Crombè da Born in Belgio, Ray Lohr

da Lussemburgo, sono gli artisti che nel parco dei Tauriani ‘Antonio De Salvo’, di Palmi, in provincia di Reggio Calabria, hanno fatto rivivere attraverso la scultura, la leggenda di Donna Canfora. Un simposio internazionale – MarMythos 2012 – dedicato all’arte che plasma materiale grezzo trasformandolo appunto in opera d’arte. Iniziativa promossa da Italia Nostra (sezione di Reggio Calabria),  dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria e dalla Provincia di Reggio Calabria (Assessorato alla Cultura e alla Legalità), in collaborazione con lo scultore Maurizio Carnevali e con “AMA” (Artistici Marmi Apuani) di Carlo Andrei, con il patrocinio del  Comune di Palmi. Il tutto immerso nel mito di questa donna calabrese dai lunghi capelli e di bellezza talmente inusuale da essere rapita dai Saraceni approdati al porto di Pietrenere a Taureana di Palmi, sulla costa tirrenica reggina. Ad attrarre sulla nave la donna, vedova fin da giovanissima ma profondamente devota al marito,  fu il mercatino allestito sul ponte con stoffe, tappeti e spezie di primo ordine. Fu allora che il comandante dei Saraceni, cui era giunta voce della straordinaria bellezza della giovane, ordinò di salpare, rapendola.
Costei si gettò così in mare sfidando e soccombendo alla morte piuttosto che lasciare la sua casa natia e perdere la sua libertà ed il suo onore. Un’altra leggenda narra che gettatasi in mare si tramutò in sirena e che il mormorio delle onde che si infrangono sulla battigia sia l’eco del suo canto, come un ininterrotto saluto alla sua terra, per tornare alla quale fu inghiottita dai flutti.
La leggenda di Donna Canfora si è incrociata con la storia ed il mito anche in altre zone della Calabria come accaduto a Ricadi, nel vibonese. Un’altra leggenda narra, infatti, che i Saraceni -alcuni tramandano i Turchi – rapirono la bellissima giovane mentre sulla spiaggia di Torre Ruffa osservava alcune stoffe esposte. Dalla nave poi lei si gettò e scomparve tra le onde. La leggenda tramanda che in quel punto le acque siano di un azzurro cangiante, capace di mutare sfumature, come il velo che aveva sul capo.
La tradizione popolare, dunque, si nutre di figure mitiche che affondano le sue radici anche nel periodo delle incursioni saracene in tutto il Sud tirrenico della Calabria. La leggenda di donna Canfora è, infatti, fortemente paradigmatica di un incrocio di culture plurimillenarie che caratterizzano la provincia reggina come tutta la Calabria. Lo stesso nome Cànfora deriva dal kánephoros (“portatore di cesta”), ossia le cànefore che nella Grecia classica erano le fanciulle addette al trasporto delle ceste durante le processioni religiose in onore della Grande madre Terra, delle divinità femminili, quali Atena, Artemide, o Demetra/Persefone, durante la celebrazione di riti per favorire la fecondità e la rigenerazione stagionale. Riti noti e diffusi in tutto il bacino del Mediterraneo.

La memoria di antiche vestigia non tramonta, dunque, nè smarrisce il suo fascino, riscoprendo nel presidio archeologico ‘Antonio De Salvo’ di Taureana di Palmi, nel reggino, un suggestivo scrigno.

Una cornice immersa nel verde che unisce mare, colline e vegetazione al fascino della storia antica. Reperti archeologici particolarmente pregevoli per la vastità e la varietà che attesta la contaminazione romana di cui questo antico popolo fu protagonista. Un cammino dalla città italica dei Tauriani (dal IV al I secolo a.C.), alla Tauriana romana (I secolo a.C.-IV secolo d.C.) rappresentata dai primi impianti urbani della città brettia e poi romana, dalla strada romana, unicum a livello provinciale, dai quartieri abitativi, dalle architetture pubbliche, sacre e private come la casa del mosaico, il santuario urbano (meglio nota, proprio come il palazzo di donna Canfora) e l’ultimo importante ritrovamento dell’edificio per spettacoli dove non esistono tracce di gradinata e che pertanto rappresenta un unicum nell’Italia meridionale. Tutto ciò, insieme al complesso medievale di San Fantino e alla torre cinquecentesca edificata dagli Spagnoli, testimonia il ruolo centrale e strategico dell’insediamento. Una testimonianza di antichità, sempre più necessaria per contrastare la dimenticanza ed alimentare l’appartenenza.

Così la leggenda di Donna Canfora, questa bellissima, tenace e coraggiosa calabrese, rivive anche nel tempio del mito creato alle opere di questi scultori provenienti da tutto il mondo nel parco dei Taureani di Palmi. Il linguaggio dell’arte, intriso di storie e miti, amplifica la sua dimensione universale che attraversa i secoli ed, ancora, incanta i posteri.

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