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Il viaggio di Pasolini, capire i calabresi per capire la Calabria

30 Luglio 2012
in Storie
Tempo di lettura: 4 minuti
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Lungomare_Falcomat
di Vincenzo Filardo –
C’è  nella corrispondenza che Pasolini intrattenne con la Calabria, recuperata nei giorni scorsi dal Quotidiano, una chiara e  profonda indicazione di metodo,

che assume oggi una  straordinaria attualità: la conoscenza di una realtà sociale, di un dato territorio passa dallo studio dei soggetti che vi nascono, ci vivono e ci muoiono. Passa dall’interpretazione dei loro comportamenti personali e collettivi, dalle relazioni che intrattengono tra di loro e con gli altri. C’è bisogno di frequentarlo un popolo per conoscerlo; e per frequentarlo c’è bisogno di amarlo, tanto più se  presenta difficoltà, ostilità,  chiusure. “Il calabrese vuol essere parlato”, scriveva Corrado Alvaro, giacchè è la parola che apre la comunicazione, avvia una relazione, stabilisce un rapporto. Nella cultura popolare la parola pronunciata ha sempre avuto più importanza di quella scritta non solo perché quella scritta era privilegio di pochi, ma soprattutto perché il racconto assicurava la trasmissione dei modelli di vita familiare e sociale, dei sistemi produttivi e la parola, a sua volta, conferiva credibilità e valore al racconto.
E Pasolini cercò, nel breve tempo a sua disposizione, di vivere con intensità questo rapporto. Un rapporto che gli apparteneva in quanto poeta, scrittore, artista segnato dalla sofferenza data da quella sua straordinaria  sensibilità civile e dalla sua attenzione verso gli ultimi della terra. A questo proposito c’è un episodio molto significativo del suo viaggio in Calabria che mi veniva raccontato da anziani contadini di Arena, il mio paese d’origine, e che fu poi riportato da Sharo Gambino in un suo articolo del 1968 “I marcusiani dell’Ariola”. Ariola è una contrada nel comune di Gerocarne, al confine con quello di Arena dove  Pasolini volle recarsi dopo aver partecipato ad un incontro nell’auditorium della scuola don Bosco di Vibo Valentia. Era in atto una protesta contadina contro l’Amministrazione comunale, allora guidata dalla DC, che si era dimostrata del tutto insensibile alla richiesta di una strada di collegamento tra il paese e il borgo di Ariola. Prese visione di quel profondo disagio, l’Italia era già entrata nel cosiddetto boom economico e molte contrade della Calabria, in particolare quelle interne, erano ancora prive dei servizi essenziali, come strade, energia elettrica, rete idrica. Colse le aspettative e le speranze che quei contadini manifestavano con la loro lotta e s’impegnò ad assicurare un suo aiuto economico, cosa che fece inviando la somma di centomila lire che permise di realizzare un piccolo ponte per superare un fossato lungo il tracciato della strada. Non si può capire oggi la Calabria senza riannodare anche gli anelli più recenti e troppo trascurati della sua storia, dalla ricostruzione post bellica, la vicenda dello Stato democratico sino alla nascita del potere regionale.
Ma soprattutto non si può comprendere oggi la Calabria senza utilizzare quell’indicazione di metodo tutta  contenuta nella corrispondenza di Pasolini, tentando di capire in primo luogo noi, in quanto cittadini di questa terra  per capire che cosa è e che cosa può essere questa terra.
Da qui, a mio avviso, il valore dell’iniziativa assunta dal Quotidiano con la pubblicazione di quei brani e con i contributi alla riflessione sin qui prodotti. Proviamo a tirare dunque la testa fuori dalla sabbia !
E allora proverei a porre delle domande senza pretendere di offrire risposte, cercando di rifuggire dall’emettere  sentenze in bianco o in nero che siano, come sovente accade di leggere o di ascoltare.  Ci andiamo chiedendo tutti, e non da ora, quali siano i veri mali di questa terra e quali le possibili terapie. Abbiamo trovato risposte nella sua storia (regione di confine, infeudata e dipendente), nella sua tormentata geografia (zona sismica di primo grado), abbiamo utilizzato le scienze sociali (presenza di squilibri e forti diversità all’interno, fenomeni migratori, frammentazione produttiva, individualismo e scarsa attenzione verso la dimensione sociale, ecc.), ma ogni volta ci accorgiamo e sempre di più della “parzialità” di queste risposte. E’ come se difronte ad un paziente in coma si tentasse di tenerlo in vita provando di volta in volta terapie diverse.
E allora non può essere che si sia dimenticata una nozione elementare dell’antica arte medica ? Che cos’è una malattia se non la manifestazione  di uno squilibrio venutosi ad ingenerare in un organismo vivente ? L’organismo continua a sopravvivere fin quando le sue forze vitali non saranno soffocate. E dunque, per l’antica arte medica, curare un organismo malato vuol dire prima di tutto individuare  le sue forze vitali ed indirizzare la terapia sul loro recupero e rafforzamento per consentire a quell’organismo di superare lo squilibrio. Ma per individuare le forze vitali che realmente agiscono in quel dato organismo, si guarda  alle sue reazioni che vengono, generalmente, dalle sue caratteristiche costitutive, ovvero da come siamo realmente fatti.
Proviamo dunque a chiederci come siamo messi e proviamo a farlo senza veli, così come hanno proposto alcuni amici che sono già intervenuti.
Proviamo a chiederci  perché siamo così affezionati ad abitudini e tradizioni consolidate ? Perché viviamo una sorta di ritrosia, che si trasforma spesso in rifiuto verso le regole, che quasi sempre non riusciamo a darci da soli e che spesso aspettiamo dall’esterno. Perché non abbiamo mai creduto e non crediamo nell’esercizio della programmazione ? E se facciamo della programmazione, giusta o sbagliata che sia, la usiamo solo per la propaganda ? E come si fà ad esercitare un potere democratico o anche  un’attività produttiva, aspettando che qualcosa arrivi, senza credere e fare affidamento nella capacità di progettare e di coniugare anche i verbi al futuro ?
Ma allora, da queste prime ed elementari domande mi pare vada emergendo uno dei caratteri “dominanti” della nostra soggettività. Salvaguardare e mantenere l’integrità del nucleo di appartenenza, da quello familiare, a quello del gruppo ed  in poi, sempre secondo anelli concentrici che si sviluppano intorno al nucleo originario, sembra costituire la “vocazione” prevalente dei Calabresi, sembra rappresentare il modello sociale più consono al nostro vivere. L’integrità del nucleo porta infatti al culto massimo verso il passato, alla diffidenza verso norme esterne, porta a puntare la propria vita sugli atti che si possono verificare nel presente e non già su quelli affidati al futuro. Potrà sembrare questa  una lettura “conservativa” della realtà calabrese, ma chi avverte il bisogno di cambiare una realtà, non può confonderla, come abbiamo imparato, con i propri desideri: un cambiamento è vero solo se rispetta e segue le “pulsioni” che una realtà sociale esprime, comprendendole, reinterpretandole, lavorandoci dentro, giorno dopo giorno, passo dopo passo, soffrendoci anche, altrimenti è pura eversione, esercizio demagogico, fuga opportunistica.  E sempre a proposito della sensibilità profetica di Pasolini ci  tornano alla mente le parole forti che lo stesso  pronunciò in occasione dei moti studenteschi di Valle Giulia a Roma a favore del “ popolo” degli agenti di polizia, che si trovavano in posizione d’inferiorità rispetto a “quei figli di papà” che, in quel momento, “sbandieravano” la rivoluzione. E la Calabria, anche quella di oggi, sembra non discostarsi più di tanto da quella lucida rappresentazione.

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