
di Stefano Perri – ”La ‘ndrangheta è un fenomeno criminale che si alimenta anche attraverso la percezione”. Sembra la conclusione di un convegno da antimafia radical chic, uno di quelli
con l’acqua minerale sul banco dei relatori, le targhette con le referenze multiple e tanti fiori sotto al palco.
Ma se a pronunciare queste parole è uno tra i più attenti magistrati antimafia della Procura di Reggio Calabria, il Sostituto Procuratore Giuseppe Lombardo, in una delle rarissime occasioni nelle quali ha la possibilità di parlare dritto in faccia ai reggini, è facile comprendere come il ragionamento si trasformi in qualcosa di decisamente più articolato ed inizi a suonare come un vero e proprio campanello d’allarme, lanciato da chi la ‘ndrangheta la combatte in prima linea e ne vive tutte le conseguenze sulla sua pelle.
Si, la ‘ndrangheta vive anche di percezione. Anzi, si potrebbe dire che la particolarità del fenomeno criminale organizzato in Calabria trae la sua linfa vitale in primo luogo proprio dalla capacità di chi ne fa parte di far percepire plasticamente che attorno a sé si sviluppa un sistema di potere capace di influire in modo determinante sui processi economici e sociali del territorio.
L’esempio è quello classico, riportato anche dal PM Lombardo nella splendida e ventosa chiacchierata concessa al pubblico di TabulaRasa: un buon caffè sorseggiato fianco a fianco da un boss e un esponente politico di primo piano, quasi sempre nel bar più frequentato del paese o del quartiere. Una scena di fronte alla quale, chi vive in Calabria, si sarà trovato di fronte almeno una volta nella vita. Una rappresentazione plastica di quella che in tanti negli ultimi anni, Pignatone in testa, hanno configurato come la cosiddetta zona grigia, ”una zona più nera che grigia – secondo Lombardo – o quanto meno grigio scuro”.
E torniamo al campanello d’allarme lanciato dal Magistrato reggino. Ci chiediamo in effetti che tipo di strumenti ha in mano l’investigatore per delineare situazioni e comportamenti di questo genere, che non si configurano necessariamente come reati di tipo mafioso, ma al tempo stesso non possono più essere considerati nel vago ambito dell’ingenuità, della disattenzione o peggio ancora della necessaria cortesia.
In effetti appare complicato immaginare che un uomo politico che decide consapevolmente di incontrare un boss mafioso durante una campagna elettorale per discutere di pacchetti di voti non si renda conto quantomeno della potenzialità criminale di chi ha di fronte e del reato che commetterà da li a breve condizionando la libera espressione elettorale. L’amministratore, lo ha ricordato anche il PM Lombardo qualora qualcuno lo avesse dimenticato, è a pieno titolo un Pubblico Ufficiale e in quanto tale ha l’obbligo assoluto di denunciare il reato ”recandosi – come dice Lombardo – alla più vicina caserma dei Carabinieri o posto di Polizia. Ma quando li interroghiamo – continua sorridendo amaro il Magistrato reggino – ci dicono che non ci hanno fatto caso o che gli è passato di mente”.
Ecco spiegata concretamente l’enorme spaccatura che determina la deriva inevitabile del sistema politico (e dell’intero complesso di gestione del potere) dalle esigenze reali del territorio.
Un’ipotesi che va molto oltre il profilo strettamente giudiziario dell’omessa denuncia da parte di un Pubblico Ufficiale e che ha a che fare, tornando all’inizio del ragionamento, con la capacità della ‘ndrangheta di amplificare la percezione di sé sul territorio, avvalendosi appunto del contributo (più o meno consapevole) della classe dirigente che lo governa.
”In questo modo – dice Lombardo – si legittima il ruolo della ‘ndrangheta”. Si contribuisce quindi ad accrescerne la popolarità, ad arricchirne la funzione sociale e a consentirne la rigenerazione perpetua.
Quello che più preoccupa è che il caffè della zona grigia è un atteggiamento assolutamente generalizzato. ”La classe dirigente della città è fortemente inquinata” dice un altro giovane pilastro della Procura reggina Stefano Musolino, seduto al fianco di Lombardo durante la serata di TabulaRasa. In alcuni contesti si potrebbe perfino ipotizzare che l’intera condizione socio-economica di una comunità sia gestita da una lunga serie di caffè (e ammazzacaffè) che ne determinano puntualmente scelte e condizioni.
E allora sul ragionamento di Lombardo qualche riflessione evidentemente va fatta. Se il Magistrato si preoccupa, come è giusto che sia, di delineare i caffè della zona grigia con una fattispecie di reato che ne consenta la repressione, noi che Magistrati non siamo abbiamo l’obbligo di fare il passo in più che Lombardo, per la sua stessa delicatissima funzione, non può fare.
Anche ipotizzando una possibile responsabilità penale per comportamenti boarder line della classe politica e dirigenziale del territorio, è certo che su tali comportamenti pende sicuramente una responsabilità politica, civile ed etica. Bisogna dunque che la gente pretenda, da sé stessa ma ancor più da chi ha responsabilità pubbliche, comportamenti di massima sobrietà e rigore. Non è più possibile, evidentemente, continuare a considerare la convivenza con il sistema criminale come una variabile endemica del sistema.
Qualche anno fa il presidente siciliano di Confindustria Ivan Lo Bello decise di espellere dall’Associazione tutti gli imprenditori che non si opponevano al pagamento del pizzo. Una scelta dirompente in un territorio pieno di contraddizioni come la Sicilia, che però sancì, una volta per tutte, la necessità da parte di un’organizzazione sociale di prevenire le sentenze dei Giudici assumendo comportamenti finalizzati ad una reale presa di distanza dal sistema mafioso. La colpa degli imprenditori taglieggiati era quella di non aver denunciato i reati dei quali loro stessi potevano essere considerati vittime, scegliendo di continuare a convivere con il sistema mafioso ed in questo modo legittimandolo. Ma se gli imprenditori, e non pochi, negli anni sono stati espulsi perché nessuno pensa di espellere i politici che tengono esattamente gli stessi atteggiamenti?
La convivenza con il sistema mafioso, per chi ha responsabilità pubbliche (e i politici fino a prova contraria ne hanno molte più degli imprenditori) si trasforma in legittimazione del sistema stesso e pilastro fondamentale per la sua esistenza.
Immaginate per un attimo un boss mafioso che vaga per la piazza principale di uno dei nostri paesini tentando di offrire a destra e a manca un caffè che tutti (politici, imprenditori, professionisti e semplici cittadini) rifiutano. Ecco, pensateci un attimo, avreste davanti un uomo finito.
Potrebbe essere un’utopia, ma se delineata con contorni precisi potrebbe anche trasformarsi in un programma, in un obiettivo da centrare col tempo.
Un bersaglio che però ad oggi risulta lontano anni luce dalla realtà. ”La classe dirigente della città è fortemente inquinata” ripetiamo con Musolino e ci uniamo all’amara conclusione di Lombardo che racconta di quando, insieme ai suoi colleghi, si trova a parlare con qualche detenuto. ”E’ molto complicato – dice – spiegare loro che una volta liberi non dovranno tornare a frequentare gli stessi ambienti che frequentavano prima. Anche perché la quasi totalità della classe dirigente del territorio li frequenta”. A quanto pare i caffè, a Reggio, non si contano più.




