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Tra le pieghe della crisi italo-spagnola un dubbio: il giornalismo classico è finito?

18 Giugno 2012
in Storie
Tempo di lettura: 4 minuti
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macchinadascrivere

di Candela Garcia Lopez  – Viviamo nell’era della (dis)informazione. Un dato che ogni giorno diventa più chiaro e visibile. La situazione attuale è abbastanza preoccupante, sia per quanto

riguarda l’Italia che la Spagna. La crisi ha aumentato questa sensazione di fine. Il punto è che in molti casi non si trovano i supporti economici per sostenere un giornalismo di qualità. La situazione assolutamente precaria dei giornalisti in Spagna determina spesso un lavoro senza diritti e in alcuni casi, sottopagato o addirittura gratuito. Ma il problema, soprattutto, riguarda i giovani spagnoli che decidano di intraprendere la carriera del giornalismo. Nel momento in cui completano il ciclo di studi  universitari si trovano il più delle volte di fronte ad un futuro incerto e spesso si vedono preclusa la possibilità di lavorare nel settore per il quale hanno studiato.
Il punto è che al termine del ciclo degli studi universitari i giovani vanno a scontrarsi con l’indifferenza dei mezzi di comunicazione ai quali, con tante speranze, presentano il proprio curriculum con la speranza di immettersi nel mondo del lavoro. Una condizione che di certo può essere generalizzata a tutti i comparti imprenditoriali ma che nel settore giornalistico assume contenuti ancora più intricati e per certi aspetti drammatici.  In Spagna la maggior parte delle aziende editoriali si trovano in enorme difficoltà, tanto che in alcuni casi sono stati licenziati più della metà dei lavoratori. La conseguenza è che in una fase in cui si licenziano così tanti operatori nel campo dell’informazione, quelli che rimangono sono costretti coprire il lavoro di quelli che già non ci sono. Il risultato è che il livello di qualità del giornalismo praticato è sempre peggiore e non c’è sempre il tempo e la disponibilità per verificare in maniera adeguata fonti e atti sui quali le notizie dovrebbero essere diffuse. A complicare le cose si aggiunge anche il circuito sempre più orizzontale attraverso il quale le ”notizie” (o presunte tali) vengono diffuse sulla rete, attraverso i social network, che spesso creano delle vere e proprie psicosi collettive capaci di mettere in difficoltà i mezzi di comunicazioni tradizionali, soprattutto dal punto di vista dell’immediatezza.  Sempre più spesso i lettori cercano le informazioni sulle cosiddette reti sociali, sui blog o sui social network, che il più delle volte rischiano di diffondere notizie errate, non esatte o incomplete. In questo contesto i giornali cartacei tradizionali, le radio (e perfino i giornali on line che nascono essi stessi sulla rete) perdono importanza nei processi comunicativi. In sostanza cambia la titolarità delle notizie. I ”padroni” delle informazioni non sono più i giornalisti. Il titolare diventa il pubblico, i lettori, che cercano le informazioni in maniera autonoma e ricostruiscono fatti e storie interpretandoli secondo le convinzioni di massa da loro stessi diffuse in rete. In un quadro del genere può parlare della fine del giornalismo propriamente detto? Accade ad esempio che nella mia regione nel Nord della Spagna, la Galizia, ben 500 giornalisti hanno perso il lavoro negli ultimi sei mesi per la grave situazione che stanno attraversando le testate giornalistiche, tanto dal punto di vista economico che da quello dei contenuti… Non sono pochi i problemi con i quali deve confrontarsi la professione giornalistica in questo momento in Spagna. A pesare è certamente il punto di vista economico, determinato anzitutto dal crollo delle vendite dei giornali cartacei, dalla fuga dei lettori verso l’informazione diffusa sulle reti sociali. L’informazione frammentata di internet domina su tutto in questo momento, con le sue fonti spesso non verificate, con i suoi blog e reti sociali dove il lettore diventa partecipe nella costruzione della notizia ma al tempo stesso non può essere certo della sua veridicità. A questa idea si aggiungono i determinanti ERE, cioè procedure di licenziamento collettivo  che permettono all’impresa di sospendere le relazioni di lavoro con gli impiegati.  Sono tanti i mezzi di comunicazione che stanno sviluppando questa pratica, e si assiste sempre più spesso alla caduta di questi in Spagna. Una situazione pressoché simile in Italia alla quale però si aggiunge la particolare ed anomala condizione delle aziende editoriali. In Italia non esistono editori puri e proprio per questo le imprese editoriali sono molto più soggette ad oscillazioni, dovute non solo a valori determinati dal mercato ma anche da motivazioni di strategia politica e da intrecci con altri settori del mondo produttivo. In questo quadro si inserisce poi la riforma dei titoli professionali che dovrebbe produrre l’unificazione degli albi con la conseguente incertezza soprattutto per i tanti giovani giornalisti pubblicisti che a pochi mesi dall’applicazione della riforma non sanno ancora cosa accadrà nel loro futuro. A ciò si aggiunge la scure del precariato, una condizione diffusissima nel settore delle comunicazioni, che non consente ai giovani di lavorare tranquillamente e programmare il proprio futuro. In questa situazione a farne le spese sono soprattutto i lettori che hanno sempre meno la possibilità di accedere a notizie di qualità, confezionate in maniera professionale e adeguatamente verificate. Anche in Italia si diffonde sempre di più l’abitudine da parte del pubblico di utilizzare come fonti attendibili quelle pescate sui social network. Il risultato è sempre lo stesso. Un abbassamento diffuso della qualità delle notizie diffuse e dei processi comunicativi in generale.  Il settore del giornalismo si sta sempre di più sprofessionalizzando. E a farne le spese sono soprattutto i giovani che non hanno ancora acquisito le tutele dal punto di vista professionale che venivano invece garantite nei decenni passati. Ma la conseguenza di questo processo determina sempre di più una caduta delle funzioni che storicamente il giornalismo detiene. La difesa del diritto di scrivere e di raccontare ma soprattuto il diritto del pubblico ad essere informato. Proprio per questo l’idea da difendere è che il giornalismo deve essere fatto dai giornalisti. I giovani devono continuare a provarci nonostante gli ostacoli. 

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