
di Stefano Perri – L’estate è iniziata con il botto. In tutti i sensi. Sembra appena messa alle spalle la prima ondata di caldo record che ha coinciso con il solstizio del 21 giugno, il giorno più lungo dell’anno che segna, ufficialmente, l’arrivo della bella stagione.
Una stagione che in Calabria rappresenta da sempre il picco delle speranze dal punto di vista socioeconomico, in una terra che fa (o almeno dovrebbe fare) del turismo balneare la sua carta vincente. Ormai chiaro a tutti che la nostra è una regione sul mare, ma non propriamente una regione di mare. Secoli di conflitti ed un rapporto complicato con l’estraneo (quasi sempre conquistatore, spesso e volentieri usurpatore) hanno generato nell’estrema punta dello stivale italiano una sorta di retroflessione, un vero e proprio ripiegamento su se stessa.
Eppure negli ultimi lustri gli sforzi sono stati molteplici, da parte della comunità calabrese e nei casi più virtuosi anche dalla politica, di attrezzare questa terra di una cassettina degli attrezzi utile a costruire un’offerta turistica generata dal suo rapporto con le coste e con il mare. Non è stato facile, eppure, obiettivamente, qualche passo in avanti si è fatto.
Ed ogni estate le speranze di una stagione turistica migliore di quella precedente tornano ad affacciarsi nelle previsioni ottimistiche di operatori e gestori calabresi. Da giugno in avanti le aspettative iniziano a caricarsi in maniera direttamente proporzionale al grado di affollamento delle spiagge.
Ma la stagione estiva in effetti rappresenta per la Calabria l’emblema delle sue contraddizioni, per un territorio il cui sviluppo turistico stenta ancora a decollare e a fronte delle aspettative generate l’arrivo del sole più caldo mette in luce tutti i limiti di uno sviluppo distorto e nella migliore delle ipotesi effimero.
Il caldo estivo genera ogni anno una serie di ”emergenze”, puntuali come orologi svizzeri. Ampiamente prevedibili ed in effetti previste che mettono drammaticamente in luce tutte le falle di un sistema costruito da un legislatore quasi sempre miope e spesso incompetente.
L’emergenza incendi è già cronaca di questi giorni. La Calabria e la provincia di Reggio sono colte in maniera totalmente impreparate da eventi che facilmente si sarebbero potuti gestire con un aumento (assolutamente giustificato nel periodo estivo) di uomini e mezzi in dotazione agli apparati deputati.
Ma a quanto pare i problemi sono solo all’inizio, come solo al principio è questa lunga estate che per l’ennesima volta sarà il segno evidente delle contraddizioni calabresi.
Pariamo di acqua. Di emergenza idrica (anche qui una condizione ampiamente annunciata, reiterata o per meglio dire consueta) che lascerà, ed in molti casi già sta lasciando, i rubinetti dei calabresi a secco. Sono già diverse le segnalazioni pervenute e l’impressione è che anche in questo caso sia solo l’inizio di una lunga sequela di proteste e conseguenti impudiche giustificazioni o, peggio, imbarazzati silenzi.
Parliamo di depurazione e pulizia delle coste, di inquinamento ambientale, di rifiuti. Anche qui, se proprio qualcuno volesse ostinarsi a chiamarla emergenza, si metta in testa che è una condizione generalizzata che avanti ormai da molti anni e che è quasi diventata una caratteristica della nostra terra. Ogni anno a fianco alle immagini di ombrelloni e castelli di sabbia, i media nazionali non perdono occasione per ricordare a tutti gli scandali ambientali che hanno colpito questa terra negli ultimi anni e che rappresentano un limite invalicabile allo sviluppo turistico.
Già turismo, è questo il punto. Perché se la Calabria vuole presentarsi sulla scena internazionale come una meta turistica all’avanguardia capace di entrare nei circuiti più produttivi dei tour operators, non può farlo senza prima garantire la sicurezza massima di cittadini e dei turisti, una condizione sanitaria impeccabile e un grado di salubrità ambientale dignitoso.
Incendi, carenza idrica e inquinamento delle coste sono insomma tre fardelli che non possiamo più permetterci. E se a questo aggiungiamo un sistema di trasporti da terzo mondo, un tessuto economico in gran parte macinato dagli ingranaggi illeciti della ‘ndrangheta ed un ritardo atavico nello sviluppo diffuso di una classe dirigente competente ed attenta alle esigenze collettive, è facile comprendere quanto ancora lontana sia una reale inversione di tendenza su questo territorio.
La crisi economica mondiale ha già fortemente ridotto i consumi delle famiglie e come sempre accade in questi casi i primi ad essere tagliati sono quelli effimeri, le vacanze appunto. Ed è ormai chiaro che in tutti i settori economici interessati dalla recessione il terremoto della crisi ha buttato giù per primi i pilastri più deboli, quelli già sgretolati o magari costruiti male. La Calabria può essere certamente assimilata a questa situazione. Dal punto di vista turistico in italia è sorella minore delle ben più rinomate Sardegna, Emilia Romagna, Campania e Sicilia.
Anno dopo anno, estate dopo estate, i treni passano e la Calabria rimane, inesorabilmente, a terra e senza neanche aver acquistato il titolo di viaggio. E vorremmo tanto sbagliarci ma il timore è che, salvo miracoli dell’ultima ora, anche quest’anno l’estate segnerà in Calabria l’ennesimo calendario delle occasioni perdute.




