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La frontiera: Annibale, il nuovo Odisseo?

21 Aprile 2012
in Storie
Tempo di lettura: 3 minuti
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monetaannibale

di Daniele Castrizio* – L’ultimo ventennio del III secolo a.C. fu segnato dalla guerra più terribile mai affrontata da Roma: l’attraversamento delle Alpi da parte di Annibale Barca

e del suo esercito mercenario, accompagnato da alcuni elefanti, sconvolse per venti anni la vita civile in tutta la penisola italica.
Dopo tre inaspettate sconfitte, il governo romano decise di impegnare nella guerra tutto il fior fiore delle legioni, affrontando il Barca nella piana di Canne: il risultato fu una disfatta senza precedenti, patita dai consoli di Roma. Il meridione, con il suo mosaico di popolazioni italiche e greche, insorse e si schierò quasi ovunque con Annibale, mentre gli alleati di Roma nell’Italia centrale rimasero sostanzialmente fedeli.
I più accaniti amici dei Punici, quelli che sarebbero rimasti accanto al Barca fino al suo ritorno a Cartagine per difendere la Patria da Scipione, furono i Bruttii, che continuarono la guerra anche dopo la sua partenza. Come ci riferiscono le fonti letterarie, e confermano oggi gli scavi archeologici, il risultato di questa tenace opposizione a Roma fu la distruzione sistematica di ogni centro fortificato dei Bruttii, con conseguenze che ancora oggi pesano in modo indelebile sulla regione. La tempesta romana risparmiò non solo Reggio, fedele alleata per tutto il conflitto, ma anche le traditrici Locri e Crotone che, dopo qualche decennio, furono condannate a perdere la loro importanza economica e politica a causa dello spostamento dell’asse viario principale sul Tirreno, con la costruzione della Via Annia. Il resto della regione, priva di vere e proprie città, fu facile preda dei latifondisti e mancò sempre di quella cultura borghese che, altrove in Italia, portò allo sviluppo delle civitates.
Molti secoli prima di Annibale, un altro straniero, protagonista delle pagine omeriche  percorse, con fini completamente diversi, il centro e il meridione dell’Italia, sballottato dai venti e dagli dei ostili, avendo come unici alleati la propria intelligenza e la dea Atena, che della saggezza era proprio la divinità tutelare.
Si tratta di due uomini, appartenenti l’uno alla storia, l’altro all’epos, che incrociarono il medesimo territorio, ma uno voleva solo cercare la strada per tornare nella sua Itaca, mentre l’altro aveva il sogno di riportare in auge la potenza cartaginese nella Magna Grecia e nella Sicilia, dopo che la I guerra punica aveva estromesso la potenza africana dalla Sicilia, dove pur aveva fondato città, prima ancora dell’arrivo della colonizzazione storica degli Elleni.
Eppure, di là dalle profonde differenze, i due uomini sono accomunati in modo determinante dall’uso dell’intelligenza e della perspicacia per districarsi nella selva di problemi e di situazioni pericolose.
Quante volte Annibale aveva vinto essendo in inferiorità numerica? Quante volte aveva ingannato i suoi nemici romani utilizzando stratagemmi degni del cavallo di Troia? E che dire del suo capolavoro tattico, che fece “recitare” ai suoi uomini nella cruciale battaglia di Canne? La mente versatile del Cartaginese aveva previsto che i Romani sarebbero riusciti a fare arretrare il centro del proprio schieramento, e per questo aveva reso fortissime le due ali, con le quali accerchiò le legioni che avanzavano, mentre la poderosa cavalleria numida, ligia agli ordini ricevuti, invece di inseguire i cavalieri nemici che aveva sbaragliato, tornò sul campo di battaglia per chiudere l’accerchiamento.
Altro tratto comune tra i due si può riscontrare nei famosi ozii di Capua che Annibale concesse a se stesso e ai suoi guerrieri, dimentico della missione militare che aveva iniziato: il pensiero corre all’episodio della maga Circe, agli uomini di Odisseo trasformati in maiali, e allo stesso condottiero che rimase molti mesi a godere di quella vita spensierata che solo una donna può assicurare a un uomo.
Qualche moderno potrebbe, utilizzando a sproposito il pensiero debole che caratterizza la nostra epoca infelice, quella terza sofistica che ha trasformato l’intelligenza in una corte di giustizia in cui ognuno dà sempre ragione a se stesso, credere che Odisseo possa essere stato il modello mitico di Annibale, l’eroe di cui ripercorrere i passi. Chi facesse questa ardita ipotesi rischierebbe di essere smentito dallo stesso Barcide, che indicò con chiarezza il suo prototipo mitico in Eracle, nella variante fenicio/punica di Melqart. Come Eracle, cercando di portare a casa i buoi di Gerione dalla penisola iberica, aveva percorso tutta la penisola, diventando l’occulto padrone dell’Italia, alla quale proprio a Reggio aveva dato nome, anche Annibale, elleno per cultura, si poneva come successore dell’eroe, affermando non di “conquistare”, ma di “riprendersi” ciò che gli apparteneva ab antiquo. Con questa consapevolezza, il numismatico si accosta con grande rispetto alle emissioni monetali di Annibale nella quali è effigiata una testa con diadema regale: si tratta del ritratto di Annibale, mostrato come un basileus ellenistico, oppure di Eracle re, che legittimava la guerra contro i Romani, che ne avevano occupato la terra?

 

*Docente Unime

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