
di Luisa Nucera-I giovani preferiscono i banchi di scuola alla strada. Un’alternativa alla delinquenza minorile e alla criminalità organizzata. Ancora una volta la scuola, totalmente modificata nei decenni nella sua struttura organizzativa che, per ragioni legate al progresso tecnologico, non dispone di parchi,
giardini e spazi aperti, resta il punto di riferimento per favorire momenti di aggregazione,il luogo preferito per incontrarsi e comunicare. E’ quanto emerge da un rapporto Censis tracciato nell’ambito di un progetto bandito dal Ministero degli Interni nel Meridione. Una prima lettura dei risultati dell’indagine accenderebbe speranze sul futuro dei giovani che non abbandonano la scuola nonostante le continue e contraddittorie riforme a cui essa è stata sottoposta e che ha fatto perdere di vista il ruolo primario di un’Istituzione, per antonomasia, deputata alla cultura. Se non fosse per una significativa considerazione scaturita da un’indagine eseguita nell’ambito del progetto Di.Sco.Bull che raccoglie i dati sul bullismo e dispersione scolastica, secondo la quale gli studenti calabresi frequentano più o meno assiduamente ma, in linea di massima, non si applicano allo studio. Eccezioni a parte, dovute alle eccellenze che si distinguono per particolari doti oltre che per approfonditi percorsi di studio e che, una volta emerse dalla mischia, sono costrette ad emigrare per mettere in pratica le loro competenze, i giovani calabresi non amano studiare. Malgrado ciò frequentano e difficilmente marinano la scuola. Cosa troveranno di stimolante entrando in aule spesso fatiscenti e percorrendo corridoi di palazzi le cui fondamenta non risultano perfettamente aderenti alle norme di sicurezza in materia edilizia? Ci sarà pure qualcosa di cambiato all’interno delle aule per invogliare i giovani a garantire una presenza assidua senza studiare. Saranno innovativi i programmi educativi, rivoluzionarie le normative che predispongono all’ accoglienza e alla solidarietà soprattutto nei confronti di ragazzi che forse non hanno un tetto sotto il quale piangere? Non sarebbe più logico manifestare scontentezza e insoddisfazione, noia e disappunto di fronte ore interminabili di spiegazioni o compiti assegnati col conseguente desiderio di lasciar perdere lo studio e andare a fare un altro mestiere come suggerivano i nostri nonni? I dati sono eloquenti. Frutto di un’ incapacità di adattarsi ad una società che dall’esterno trasmette apatia e indifferenza? I criteri che seguono i sistemi di valutazione nel promuovere ogni singolo allievo alla classe successiva mettono ancora in campo l’educazione, la capacità di formare coscienze critiche, l’accertamento di adeguati livelli di apprendimento con particolare riferimento ai valori della cittadinanza e convivenza civile ? Oppure si tende a dare significato, motivare e, fin troppo, giustificare la valenza educativa che può dare un voto inferiore alla sufficienza tale da non comportare alcuna penalizzazione in termini di bocciatura? La valutazione, da sempre ha costituito un momento estremamente delicato durante il quale si intrecciano elementi di diversa natura che coinvolgono conoscenze, competenze, abilità e fatti relazionali. Ma diciamoci la verità: quanto si tende ad eliminare (promuovendo) le radici secche che non sono riuscite a produrre, procurando disturbo e contribuendo persino a dare un’immagine della scuola non proprio esemplare? E soprattutto come e quanto gli alunni si sentono legittimati a calcare le scene di un percorso educativo che spetta loro di diritto e del quale sono gli indiscutibili protagonisti ? Si è vero, ci sono i progetti che intervengono sulla prevenzione e il disagio e intanto si soprassiede sul ruolo autoritario dell’insegnante che, allorquando mancano i fondi, deve improvvisarsi assistente sociale,psicologo, e nel peggiore dei casi, psichiatra per guidare una generazione senza stimoli e votata alla nevrosi o all’ ignara depressione. Interrogativi preoccupanti che coinvolgono i molteplici aspetti culturali complessi e interpretabili. Nessuna inquietudine che porti a sperimentare tutto ciò che è nuovo e proibito al di fuori delle aule. Tutto è compiuto. Tutto è dovuto. Tutto è superabile. Impossibile realizzare questo sogno on the road.




