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Il paradosso meridionale e la leva dell'innovazione

14 Settembre 2011
in Storie
Tempo di lettura: 4 minuti
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reggiodinotte
di Massimiliano Ferrara e Roberto Mavilia*
– Gli anni Novanta segnano la fine dell’intervento straordinario per il Mezzogiorno che aveva visto durante tutti gli anni

Settanta e Ottanta il trasferimento di ingenti somme in conto capitale che, nonostante ebbero la tentazione di modernizzare l’ambiente economico, crearono però dipendenza senza riuscire a creare sviluppo.

Con la necessità attuale di risanamento dei conti pubblici non sono più disponibili fondi tali da permettere di continuare a sostenere l’economia meridionale con le consuete forme di finanziamento.
L’Italia come gli altri paesi economicamente sviluppati si sta trovando di fronte ad un bivio che necessariamente impone delle scelte: il cd. trade-off (costo-opportunità) tra indebitamento pubblico e finanziamento della ripresa economica.
La seppur flebile crescita economica, iniziata nei primi mesi del 2009, sembra aver subito un brusco rallentamento in tutti i paesi legali dal vincolo monetario europeo.
Si è avverato ciò che molti economisti pensavano: la lieve ripresa era legata più a fattori di rimbalzo tecnico dal nadir (punto più basso) raggiunto durante la crisi finanziaria del 2008 che a fattori strutturali e sostenibili.
La immensa massa di liquidità immessa sul mercato dalle banche centrali per stimolare l’economia oggi viene usata dagli investitori anche per facili profitti di trading: alimenta appunto attacchi speculativi verso i paesi con debito pubblico elevato. Dunque verso tutti quei paesi che avevano usato l’indebitamento e la spesa pubblica come leva di stimolo per l’economia.
La confusione in Europa regna sovrana: senza una politica fiscale unitaria è difficile dare delle risposte immediate al mercato.
Non facciamoci illusioni: senza crescita e occupazione ne l’Italia ne gli altri paesi europei potranno uscire da questa crisi. Ne è immaginabile che l’Italia cresca come avvenne nel dopoguerra: quel ritmo di crescita era stato possibile grazie alla spesa per la ricostruzione e grazie, soprattutto, al gap (differenziale) di reddito esistente tra l’Italia e gli altri paesi europei. Gap ora colmato da livelli di reddito italiani in media con quelli europei.
L’obiettivo primario è quello di raggiungere dei livelli di crescita pari agli atri paesi europei. Per raggiungere però ci manca un punto percentuale. Recuperare questo differenziale e contestualmente abbassare il debito pubblico italiano è una strategia che punterebbe tutta sulle potenzialità economiche dell’Italia migliore: quella privata.
L’economia globale ha fino ad oggi evitato il collasso grazie alla crescita sostenuta dei paesi in via di sviluppo, in particolare i paesi cd. emergenti (BRICS ed altri). Questi paesi crescono più’ di quelli avanzati per lo stesso motivo per cui l’Italia colmò il differenziale di reddito nel dopoguerra: adottando la tecnologia dei paesi avanzati si colma il gap di produttività e di reddito che da questi li separa.
Naturalmente questo è possibile anche all’interno di un paese quando vi è un forte scarto delle regioni dalla media.
E’ il caso del Mezzogiorno italiano.
Non è detto però questo sia automatico: l’evidenza italiana e molti studi economici dimostrano che questo fallimento è dovuto principalmente alle errate politiche pubbliche. Il paradosso sta proprio qui: il Sud ha il differenziale necessario per essere tassonomicamente tra i paesi con un forte potenziale di crescita ma l’azione pubblica largamente assistenziale lo blocca.
In pratica bisogna trovare una ricetta che faccia funzionare nel Mezzogiorno ciò che funziona in Cina.
La scintilla di cambiamento può essere considerata proprio il momento in cui l’Italia ha aderito all’Unione Europea: è in questa fase, infatti, che le politiche nazionali iniziano a cambiare al fine di centrare i parametri imposti dal trattato europeo, riducendo le spese, cambiando le politiche fiscali, chiudendo la Cassa straordinaria per il Mezzogiorno, liberalizzando molti settori pubblici, riducendo bruscamente l’impiego pubblico e responsabilizzando gli enti locali.
Il Mezzogiorno disegna oggi un quadro articolato e, per certi versi ambiguo, nelle sue diverse realtà: aree fortemente dense di abitanti e insediamenti si alternano a paesaggi, spesso interni, tanto vasti e notevoli, quanto vuoti e fragili; zone densamente produttive, non impropriamente chiamate talora “distretti”, interrompono abnormi urbanizzazioni, ma anche macchie di ripresa agricola. Di fronte a un tale scenario diventa problematico pensare nuovamente a grandi politiche aggregate, centralizzate e onnicomprensive.
Ricerca, innovazione e istruzione diventano i principi chiave del nuovo sviluppo, il potenziale competitivo delle imprese costituisce per l’Europa il vero motore di rilancio, le pari opportunità di accesso alla conoscenza e il superamento del digital divide.
La spesa per R&S permane nel Mezzogiorno, su livelli molto modesti, nel 2009 allo 0,88% del PIL, ampiamente al di sotto della media già molto bassa dell’Italia (1,14%). A fronte di una quota della spesa delle imprese assolutamente marginale – che si attesta al 7,7% del totale della spesa in R&S (mentre nel complesso dell’area meridionale è del 27% e in l’Italia è del 49%) – molto importante è il ruolo della ricerca pubblica.
Della spesa in R&S realizzata dalle organizzazioni pubbliche, la gran parte è dovuta alle Università, che spendono il 52% del totale (contro il 30% dell’Italia).
Le ragioni di una “politica industriale regionale” tornano ad imporsi con forza. E questo vale per tutto il Mezzogiorno. Solo col ripristino di un consistente apporto differenziale di politica industriale regionale – coniugato con un più adeguato accesso del Sud agli interventi della politica industriale nazionale – è possibile porre le condizioni per un disegno strategico di sviluppo strutturale.

*Massimiliano Ferrara
Direttore Dipartimento XI – Cultura, Istruzione, Alta Formazione
Regione Calabria

*Roberto Mavilia
Direttore MEDAlics – Centro di Ricerca per le Relazioni Mediterranee
Università per Stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria

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