
di Totò ed Io – Sono le quattro del mattino. La sala è vuota. Immobile, con il solo movimento della bocca bronzea e con un linguaggio greco ed inflessione
reggina, il bello si rivolge al suo compagno millenario mezzo orbo: “Mi ha telefonato David da Firenze. Le recenti notizie sulle possibili vibrazioni causate dell’alta velocità ferroviaria, gli hanno messo paura. Pensa che il tremore non lo farà dormire la notte. Sarà vero, o si preoccupa inutilmente?”.
L’altro: “Non mi interessano le problematiche culturali del nord. Di una cosa sono certo: l’alta velocità al sud non si deve fare! È dai tempi dei Romani che mi batto per convincere tutti che i collegamenti veloci al sud non servono. Ti ricordo che appena i Romani ci hanno fatto la Pompilia, ci siamo nascosti dentro il mare. L’alta velocità sarebbe un disastro. Ti ricordi i primi anni che ci hanno esposto? Eravamo invasi! Ci hanno tolto la pace millenaria. Per fortuna poi non è più venuto nessuno. Noi magno greci reggini, più esperti dei barbari, conoscevamo in anticipo le difficoltà dell’unità d’Europa. L’Italia si accorcerebbe troppo anche a sud! Meglio essere lontani, così non viene nessuno a trovarci!”
A quel punto il bello, scende dal piedistallo e con una camminata impacciata da sbronzo, raggiunge l’amico: “Non mi dire che hai fermato tu l’arrivo dell’alta velocità a Reggio. Avevo progettato da tempo di scappare. La fermata della Lido è a quattro passi. Con l’alta velocità avremmo raggiunto Roma in meno di 3 ore. Al Colosseo saremmo tornati giovani, respirando aria pura! E le turiste sono favolose. Mi sono stancato del mare e della montagna! Se facessero l’alta velocità mi voterei ad altri Dei”.
“Ma così ci sostituirebbero! Voci di corridoio mi dicono che hanno già fatto due statue di marmo raffiguranti i due personaggi Totò ed Io! Ovviamente in costume per evitare loro cattive figure, anche se confrontati a noi. Io sto bene in questa città, non voglio andare via! Non ti seguirò più nelle tue fuitine!”
“E certu, tu stai bene a Riggiu. Tantu, tu ciangi cu n’occhiu!”




