
Un po’ come avviene in Parlamento, dove gli eletti – rectius – i nominati hanno mille ragioni per ascoltare gli elettori della circoscrizione di provenienza, ma ne hanno un milione per dire solo “sì!” a chi quel seggio gliel’ha assicurato grazie alle liste bloccate.
Ora immaginate il dominus di un partito che cerchi la riconferma e si impegni con tutte le forze, immaginando una possibile sconfitta della coalizione che sostiene, a trarre il massimo profitto proprio dal consenso interno. In un partito che si usa definire “strutturato sul territorio” e dove gli “ordini” funzionano ancora come una volta.
Eccoli qua! I soliti camerati!?
Niente affatto. Questa è una storia di compagni!
Di compagni “che sbagliano” e che, per motivi oscuri, si ritrovano improvvisamente senza lavoro.
Nino De Gaetano è il segretario regionale di Rifondazione Comunista, confermato in consiglio regionale con un botto di preferenze, di recente finito sotto un fuoco di fila proveniente dal suo partito perché qualche “malalingua” è andata in giro (scrivendo ai giornali, locali e nazionali) a dire che tutti quei voti sono il frutto di manovre azzardate. Curve pericolose su quel selciato sdrucciolevole che è l’elettorato attivo in Calabria.
Ma prima ancora che sulle pagine dei giornali, e prima delle scorse elezioni, le vicende di Rifondazione Comunista a Reggio hanno fatto vibrare i ferri di falce e martello per un fatto singolare.
Siamo al congresso del circolo di Rifondazione “Reggio centro”. In un territorio dove il Pdl raggiunge percentuali assimilabili alla Lega Nord in provincia di Verona, Rifondazione sfiora i 100 elettori. Ma al congresso ci sono 400 tesserati. La vicenda finisce sui giornali e il congresso s’ha da rifare.
E di lì a poco c’è l’importante congresso di Chianciano. Bertinotti si dedicherà per sempre al cachemire ed ai salotti di Maria Angiolillo, finché rimarrà in vita e le redini del partito finiranno in mano a Paolo Ferrero.
Ma la vicenda delle tessere per così dire (eufemisticamente) gonfiate è un boccone amaro che qualcuno non digerisce.
Danilo Barreca, all’epoca un iscritto del circolo reggino di Sbarre si lancia in un’ardita “requisitoria” dei comportamenti “gravi” del gruppo dirigente locale che avrebbe “compromesso” la “tenuta” del partito nei confronti dell’elettorato.
Al tempo Barreca era un dipendente della struttura fiduciaria del consiglio regionale del gruppo di Rifondazione Comunista.
Si tratta di incarichi la cui assegnazione – senza concorso o selezioni – spetta, per legge, ai gruppi. Quindi ai partiti.
Ma sul fronte ridondarolo sono precisi e lo statuto prevede che la decisione finale sulle “proposte” di attribuzione di incarichi spetti al comitato politico regionale che, in qualche misura le ratifica.
Finisce la legislatura e prima delle elezioni dentro il partito si fa la conta. Chi c’è e chi non c’è. Chi sostiene il segretario regionale e chi non lo farà.
Almeno così sembra.
De Gaetano torna in consiglio regionale. La struttura rimarrà invariata, ma una casella cambia nome. Barreca è fuori.
E così il partito che si batte per i “diritti dei lavoratori”, non ci pensa su due volte a lasciare fuori chi non non si è “impegnato” per la “causa comune”. Che in certi casi coincide con la causa del singolo. Che è più forte e decide per tutti.
Per il rinnovo della struttura, infatti, il comitato politico regionale non si è pronunciato, contrariamente allo statuto.
Barreca, ma perché lei è rimasto fuori? Normale avvicendamento?
Non ci tiene a rispondere e vorrebbe liquidare la questione. “Non mi va che il mio posto di lavoro diventi l’ennesimo spunto polemico, evitiamo!“
Ma è stato licenziato o no?
“Il mio contratto scadeva con la legislatura finita da poco e non è stato rinnovato”.
Sarà capitato anche agli altri suoi colleghi. Un’opportunità che è stata concessa anche ad altri, no? “Le nomine sono pubbliche attraverso il Burc”.
Su, non si faccia estorcere le risposte.
“Credo di essere l’unico a cui non è stato rinnovato il contratto”.
Un caso?
“Non ci scommetterei”.
Non tira una bella aria dalle vostre parti, vero? Una domanda che stimola il nostro interlocutore più delle altre: “Da due anni il partito ha subito un’involuzione che lo ha portato in una situazione dove anche le dinamiche del consenso interno, non solo quello esterno, si fondano sulla clientela“.
Parole pesanti. Prosegua.
“Il gruppo dirigente rischia di prendere una deriva autoritaria in grado di blindare il consenso tramite una sorta di ricatto occupazionale“.
Queste cose le sanno a Roma?
“Non so più quante volte ho scritto a Ferrero”.
Ha smesso di farlo?
“Non sono un tipo che si arrende facilmente“.
Certo che sarà dura riprendersi quel posto.
“Sono giovane. Ho una bambina che è tutta la mia vita. Ma le voglio insegnare che nella vita contano anche i principi non solo le buste paga. La questione non è occupazionale, ma politica. Voglio che sia chiaro“.




