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Costruire non muri ma speranze

14 Maggio 2010
in Storie
Tempo di lettura: 4 minuti
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carcere

di Anna Foti – E’ una voce unanime quella che unisce il garante per i diritti delle persone private della libertà personale, Giuseppe Tuccio, il suo consigliere giuridico Agostino Siviglia, la direttrice del carcere di San Pietro Maria Carmela Longo, il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria

 Paolo Quattrone intervenuti  presso la casa circondariale in occasione della presentazione della terza relazione annuale dell’Ufficio del Garante. Dura e lucida l’analisi del garante Giuseppe Tuccio che con fermezza e chiarezza spiega il rischio di implosione del sistema penitenziario nazionale, e dunque anche calabrese, in assenza di politiche di interventi che affrontino la questione non esclusivamente sotto il profilo securitario ma soprattutto sotto il profilo sociale e umano. L’edilizia penitenziaria non risolverà il problema dei tagli finanziari ricorrenti, della carenza di personale e di attività ricreative, di sovraffollamento in assenza di una diversa normativa che consenta un ricorso già in fase di cognizione delle misure alternative alla reclusione e che si incentri sull’effettiva funzione rieducative della pena come la Costituzione Italiana espressamente prevede. Da più parti, infatti, anche denunciati  l’abbandono da parte della politica, l’assenza di interventi non emergenziali ma strutturali del governo centrale, avaro anche di progetti, che mostra di essere assolutamente miope sulla questione, come dichiarato dal garante Giuseppe Tuccio.

La denuncia investe anche la deficienza della pubbliche amministrazioni cui spesso si sopperisce con amministrazioni penitenziarie locali illuminate, capitale sociale e umano straordinario e progettualità di notevole spessore. Dunque con input che sopraggiungono direttamente dal territorio. Questa la formula con cui si amministra una struttura pur con dei limiti ma ponendo il necessario accento sulla dignità umana, la rieducazione e il lavoro, basti pensare che ogni intervento al suo interno è stato realizzato dai detenuti medesimi. Come quello cui si è proceduto per realizzare la struttura che  è stata inaugurata e benedetta dall’arcivescovo Vittorio Mondello e che accoglierà i familiari, soprattutto i bambini, in attesa di visitare il congiunto detenuto. Colori e calore, grazie alla collaborazione dell’Accademia delle belle arti, per non aggravare una situazione già di per sé dolorosa quale la separazione da una persona cara in stato di restrizione della libertà personale. La sensibilità dimostrata dall’assessorato comunale alle Politiche Sociali, nella persona di Tilde Minasi, che ha finanziato questo progetto affidato all’associazione “Il Ponte” che si occuperà di promuovere animazione e accoglienza per bambini e familiari, oltre che uno sportello di ascolto e orientamento al lavoro per i detenuti.  Nuovi servizi, a lungo richiesti dalla direttrice Longo, che assicurano dignità e attestano civiltà.

Le condizioni di difficoltà in cui versano le carceri italiane rimane una questione ancora aperta. Se è vero come scriveva Voltaire che dalle carceri si misura il grado di civiltà di una nazione, allora l’Italia non offre proprio una bella immagine di sé con istituti penitenziari sovraffollati, in cui il fenomeno drammatico dei suicidi è ormai una realtà. Sono state 146 le persone decedute in carcere; 60 sono stati suicidi. Un allarme nazionale dettato dai numeri atteso che vi sono oltre 67 mila persone detenute a fronte di strutture che ne possono ospitare 23 mila in meno. A tutto ciò consegue che spesso i posti letto siano recuperati in locali inizialmente adibiti ad altro come le palestre e che le condizioni di vivibilità siano fortemente compromesse. La politica pare rispondere solo con interventi di edilizia penitenziaria che per nulla incidono sulla dimensione profondamente umana della questione e che non intaccano il sistema giustizia che di fatto anche determina il sovraffollamento con oltre 30 mila persone ancora in attesa di giudizio. In Calabria la situazione paga lo scotto del sovraffollamento, dei tagli finanziari, della carenza di personale penitenziario e di quelle figure professionali necessarie per un volto umanizzante e socializzate di una struttura che, non si deve dimenticare, dovrebbe essere volta principalmente alla rieducazione e al reinserimento delle persone detenute. Questo è il quadro su scala nazionale che si ripercuote a livello locale, anche se ancora non si sono raggiunti livelli esasperati ed esistono delle prospettive di intervento e ristrutturazione concrete. “Presto neppure il posto letto potrà più essere garantito”, ha dichiarato direttrice del carcere di San Pietro Maria Carmela Longo.

A Reggio Calabria, infatti, nel carcere di San Pietro i detenuti, esclusivamente di alta e media sicurezza, sono in tutto 340, in una struttura che potrebbe ospitarne 260 ma dovrebbe ospitarne 160; si tratta prevalentemente tossicodipendenti e cittadini extracomunitari. Dunque un’umanità fortemente emarginata. A ciò si aggiunga che rimane solo un’idea, l’agenzia dell’inclusione sociale che da tempo avrebbe dovuto essere istituita e che esiste ad Arghillà un carcere fantasma, ultimato nel 2003 e mai entrato in funzione.

“Anche sul fronte regionale, il sovraffollamento è una realtà con 1100 detenuti in più”, come dichiarato dal provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria Paolo Quattrone.

Ma esistono in Calabria anche realtà virtuose come l’Istituto di Laureana di Borrello, dove è in corso un progetto sperimentale rivolto alle persone al primo reato e con meno di 35 anni e che attraverso la responsabilizzazione della persona detenuta e il cosiddetto patto trattamentale è riuscita ad abbassare, quasi abbattere , la percentuale di recidiva. Dunque, in assenza di uno Stato attento autenticamente e non emergenzialmente al detenuto, tutto si rimette alle singole realtà territoriale e alle risorse umane e professionali che in una comunità civilmente impegnata, come la Calabria, emergono.  Ma la domanda è: ciò può bastare?

 

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