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La Calabria e la legalità degli altri

10 Gennaio 2010
in Storie
Tempo di lettura: 3 minuti
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di Giuseppe Romeo – C’è una parola che nel tempo, in molte circostanze, è stata abusata, svalutata, blandita come uno slogan vincente. Una parola sola, ma dai tanti significati purtroppo: legalità. Ebbene, osservando lo scempio civile di una terra marginale nelle politiche nazionali, privata di

 progetti da una politica regionale senza orizzonti, la Calabria – disarmata tra l’ordigno di Reggio e la rivolta degli immigrati di Rosarno – continua a pagare il prezzo di un Paese miope. Un conto che, nel suo epilogo di criminalità e di disperazione, viene pagato da coloro i quali a vario titolo sono considerati, a quanto pare, marginali al progresso del Paese: i calabresi e gli immigrati. La Calabria di questi giorni è una terra che parla attraverso i suoi mali. Una terra che vede trasformarsi rispettivamente la ndrangheta in un luogo comune sempre valido e l’ospitalità, quale carattere da sempre delle popolazioni del Sud, in un valore che sembra non aver più quartiere nei piccoli centri calabresi. Tuttavia, in una terra dove il lavoro è un’emergenza al pari della criminalità e non solo, ciò che sembra sia mutato negli animi è la percezione della legalità. Ma legalità significa evitare ogni possibile prevaricazione. Legalità significa essere rispettati dall’altro se questi è a sua volta rispettato, se gode di garanzie tali da renderlo parte di un sistema sociale che lo riconosca almeno quale lavoratore se non ancora cittadino. Tutto questo, se manca, significa che la legalità rimane un problema culturale prim’ancora che giuridico. Perché nella legalità non vi è solo il rispetto delle regole da parte di tutti, ma vi è posto anche per la tolleranza, la solidarietà e il dialogo. Perché la legalità, quale valore democratico, sopporta la sfida del multiculturalismo e fa del multiculturalismo un’occasione di crescita per tutti.
Allora saremmo certi che sicurezza e legalità potranno diventare, se ben interpretati e condivisi nei modi, controsviluppi immediati di una percezione di responsabilità diffusa sia verso un processo di lotta alla criminalità quanto verso azioni e politiche di sostegno ad un’accoglienza vera come ad un’economia di sviluppo. Se ciò non dovesse avvenire si permarrà nel caos e la ndrangheta, come ogni organizzazione criminale strutturata, sa tutto ciò e su questo convincimento continuerà a costruire il proprio successo nel perseguire strategie orientate alla confusione dei ruoli, andando al di là delle semplici intimidazioni estemporanee. Il vero problema per lo Stato è mettere in campo alternative e modelli culturali nuovi e credibili, rassicurare il cittadino, difendere chi lavora. La verità, insomma, è che deve essere credibile colui che amministra, colui che fa le scelte e risponde dei risultati, colui che dialoga con le parti, cittadini e immigrati. Oggi non sono più accettabili patti o compiacenze tra politica e criminalità mafiosa, veri o paventati che siano. Non è possibile che San Luca, Platì o Rosarno siano il ventre molle di un Paese incapace di dare risposte e alternative da tempo alle diverse comunità, ai giovani. Ci dovremmo chiedere perché in Calabria non si supera il senso di una quotidianità dell’emergenza. Bisogna chiedersi quanto sia possibile agire sulle generazioni future rendendole protagoniste e non spettatrici del solito teatrino della politica per clientela, dei favori senza tempo magari ostaggio delle lusinghe criminali. Bisogna chiedersi se è possibile investire, partendo dalla Calabria, su uno Stato nuovo, su una politica nuova che rifiuti le comode e remunerative aree grigie dove la legalità evapora. Una politica che si ponga come servizio, non come affarismo e potere. Si tratta di valutare quanto si possa ancora oggi vivere ai margini della legge e quanto sia ancora tollerabile che proprio i cosiddetti paladini della legalità ne possano abusare modificandone il significato all’occorrenza. Perché la forza della legalità è data solo dalla credibilità di chi la celebra, da chi ne usa il significato, da chi nei fatti e nelle opere, oltre che nello stile di vita, si assume la responsabilità non solo politica, ma civile e morale se ne è in grado, di esserne il primo a pagarne il prezzo mettendosi da parte.

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