
di Anna Foti – Un fiocco rosso per lottare contro una malattia ancora incurabile. Un fiocco rosso per ogni vita stravolta,
per ogni madre vittima due volte della violenza e della malattia e per ogni bimbo che contrae la malattia già durante la gestazione e l’allattamento. Un fiocco rosso per accendere una luce laddove la diffusione di questa malattia è l’effetto di guerre, povertà e assenza di presidi sanitari adeguati. Un fiocco rosso per unire al di là della condizione di salute le persone, senza discriminazioni, stigmatizzazioni o emarginazioni. Sconfiggere l’AIDS, Sindrome da Immunodeficienza Acquisita, il virus che attacca il sistema di difesa dell’organismo, i cui mutamenti repentini rendono difficile l’individuazione di una cura efficace nel tempo, è da decenni l’obiettivo di medici, professori ed esperti impegnati nella ricerca di un vaccino che impedisca a questo virus di debilitare fortemente l’organismo e di condurre alla morte. Di recente proprio in Calabria, la presentazione un vaccino “p17”, da sperimentarsi sull’uomo, potrebbe costituire la nuova risposta della medicina all’AIDS. Presentata a Cosenza presso l’UniCal dai luminari, Robert Gallo, virologo americano da sempre impegnato sul fronte della ricerca per la sconfitta dell’Aids, e dal cosentino Arnaldo Caruso, docente di Microbiologia all’università di Brescia e coordinatore della ricerca interamente svoltasi in Italia. Una nuova modalità di controllo della replicazione del virus che ha superato la fase preclinica di laboratorio, ottenendo il via libera alla sperimentazione sull’uomo dall’Istituto superiore della Sanità. Lo ha annunciato il presidente dell’istituto, Enrico Garaci, nel riferire che il professore Arnaldo Caruso, per la ricerca, e il professore Franco Baldelli, direttore dell’Istituto Malattie Infettive dell’Università di Perugia, per la parte clinica, seguiranno le prossime fasi. L’intero lavoro, coordinato dal professore di origini calabresi Caruso, impegna i quattro atenei di Perugia, Milano, Torino e Brescia. Il fulcro della sperimentazione consisterà nel ridurre il numero di cellule attive di cui il virus dispone al momento della celere replicazione. P17 è proprio una delle proteine matrice del virus, rilasciata dalle cellule infette per promuovere la proliferazione. Essa infatti, dopo il rilascio, interagisce e rende altre cellule bersaglio suscettibili all’infezione, predisponendole a sostenere una replicazione virale. Mancando questa proteina matrice del virus, un numero nettamente inferiore di cellule sarebbe in grado di sostenere la replicazione. L’innovazione di questa vaccinazione consiste proprio nell’inoculare nella persona sieropositiva, dunque non ancora ammalata di Aids, una porzione della proteina “p17” resa però immunogenica, ossia in grado di promuovere la formazione di specifici anticorpi altrimenti assenti nell’organismo aggredito, che non riconosce come immunogeno il sito attivo della suddetta proteina. La formazione di tali anticorpi, dunque, deve essere indotta ecco perché si procede con l’inoculazione della “p17” capace di produrre anticorpi attraverso i legame con una proteina trasportatrice. Se il vaccino dovesse essere efficace, si sarebbe individuata una cura per bloccare l’attività biologica del virus HIV e dare speranza a quanti, avendo contratto il virus HIV, potrebbero con maggiore certezza non ammalarsi mai.
Non sono mancati nel passato e non mancano nel presente altre sperimentazioni non risultate efficaci. Tra i più recenti quella dell’equipe tailandese che combinando due vecchi vaccini (Sanofi Pasteur e VaxGen) ha ridotto il rischio di infezione nel 32% dei casi. Ma perché un vaccino sia considerato efficace deve coprire il 90% delle persone cui lo si somministra. Quindi il traguardo è ancora da raggiungere. E intanto ogni anno, in occasione della odierna Giornata Mondiale contro l’Aids, iniziative promosse in tutto il mondo e anche in Italia dalla Lila – Lega Italiana Lotta all’Aids – informano, sensibilizzano, tracciano la strada della prevenzione. Oggi nel mondo, prevalentemente nel continente africano, vi sono oltre 33 milioni di persone sieropositive di cui oltre due milioni hanno meno di 15 anni. 420 mila sono bambini e 290 mila sono stati i decessi. Il trend del contagio nel 2007 ha riguardato soprattutto i giovani. In Italia ci sono circa 140 mila persone sieropositive, ossia persone che non sono ancora malate e potrebbero non sviluppare mai la malattia, e oltre 20 mila le persone malate di Aids. Oltre 60 mila sono i casi di Aids segnalati dall’inizio dell’epidemia degli anni Ottanta e 39 mila quelle decedute. In attesa del vaccino, la somministrazione degli antiretrovirali, unico farmaco ora disponibile, ha ridotto nel tempo la diffusione della malattia. Non mancano voci che suggerirebbero un approccio alla tutela della salute in senso più ampio che, in Africa ad esempio, agisca sul fattore della malnutrizione e dell’accesso alle cure di malattie quali la malaria, la polmonite, la meningite, la tubercolosi, il morbillo che ancora uccidono. Dopo quel primo test nel 1983 molte cose sono cambiate. L’informazione ha favorito la prevenzione e la scienza prosegue per la ricerca di una cura che non può e non deve essere, come in ogni altro caso, solo un business per le case farmaceutiche. Non può essere trascurato, tuttavia, che soprattutto in aree di grande sofferenza come il continente africano un approccio orientato ai diritti umani fondamentali e al loro rispetto, costituisce il primo imprescindibile baluardo per affrontare la malattia e la povertà. Per quest’ultima, nessun laboratorio produrrà mai una cura e l’unica medicina sono i diritti.




