
di Pasquale De Marte – Neanche dieci giorni fa si è celebrato il centenario del catastrofico terremoto che il 28 dicembre del 2008 rase al suolo Messina e Reggio.
Due città, da sempre, accomunate tra loro più di quanto non lo siano con le rispettive regioni di appartenenza: la Sicilia e la Calabria.
A quanto pare che di questo ci sia traccia anche nel codice genetico delle due popolazioni che vivono le due sponde dello Stretto.
Non è fantascienza, ma il semplice risultato ipotizzato da una ricerca partito circa quattro anni fa nei laboratori della Banca del cordone ombelicale di Sciacca in Sicilia dal professor Calogero Ciaccio, ematologo e direttore dell’istituto e dalla biologa Michela Gesù.
Si tratta di due scienziati siciliani che grazie a questo studio sono stati attenzionati dalla prestigiosa rivista scientifica Nature Genetics, che viene pubblicata negli Usa.
La particolarità dell’informazione genetica conenuta nei DNA reggini e messinesi è strettamente correlato al cosiddetto HLA, parte di Dna deputata a tenere i rapporti con gli ambienti. In particolare si è avuto riscontro di una maggiore concentrazione molecolare di HLA-DR11 nella zona delle popolazioni che discendono da quelle che hanno subito l’onta del terremoto, che diminuisce allontanandosi gradualmente da quello che fu l’epicentro dell’evento sismico. La tesi è maturata esaminando le caratteristiche genetiche di circa 6 mila unità di sangue placentare e di circa 4 mila donatori di midollo osseo provenienti dala Sicilia dalla Calabria.
Secondo le ipotesi più accreditate questa potrebbe essere stata una risposta difensiva ai grandi quantitativi dl radon, un gas dell’uranio riscontrabile in alcune rocce ed emesso dal sottosuolo prima e durante le scosse sismiche.
Al di là dell’importanza scientifica di questa scoperta che avvalora la tesi secondo cui l’evoluzione, anche genetica, si configura a seconda dell’ecosistema in cui la specie si sviluppa, va detto che questa prolungata esposizione a gas tossici ha fatto si che le popolazioni dello Stretto sviluppassero e trasmettessero alla prole una maggiore resistenza ad alcune tipologie di cancro.
Nei libri di Genetica, perciò, potrebbe presto trovare posto un paragrafo dedicato al “genoma di Scilla e Cariddi”.




