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    In memoria di Graziella

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    di Anna Foti –
    Esiste una condanna anche per chi cerca la verità ed è la pege giore. Sapere ma non avere le prove. La vita spezzata della giovane Graziella Campagna, barbaramente uccisa il 12 dicembre di ventitre anni fa dalla mafia su monti peloritani che dominano la costa tirrenica messinese, assurge a simbolo drammatico e inquietante di una condizione che attanaglia molte pagine vergognose delle storie di mafia del nostro paese. Storie in cui l’impuntià di chi uccide ha il sapore più amaro dell’impotenza di chi è costretto a perdite irrimediabili. Storie in cui solo la giustizia può salvare dalla vendetta. Storie in cui qualunque vittoria possibile potrà costituire solo una speranza per altri. La storia di Graziella è una di queste e la tenacia di suo fratello Piero, la testimonianza più viva di una dignità incrollabile e di questa ricerca necessaria e instancabile di verità. Trucidata a 17 anni. Cinque colpi di lupara a canne mozze a distanza ravvicinata e il volto straziato di Graziella Campagna. Il suo corpo venne ritrovato il 14 dicembre del 1985, due giorni dopo l’assassinio. Un gesto brutale quanto banale la sua causa. Un’agendina con nomi bollenti di coloro al cui identità doveva restare segreta, quella di Gerlando Alberti junior, nipote di Gerlando Alberti senior – u’ paccarè – braccio destro di Pippo Calò, vestito da ingegner Toni Cannata e quella di Giovanni Sutera nei panni del geometra Gianni Lombardo.

    Un’agendina maledetta finita per caso nelle mani innocenti di una ragazzina che lavorava presso “La Reginetta”, una lavanderia di Saponara, nella provincia di Messina ritenuta negli anni Ottanta periferia della mafia e invece luogo strategico per traffici di droga e armi e per riciclaggio di denaro sporco. Resistenze e ritardi caratterizzarono l’avvio delle indagini prima del marzo del 1990, quando il pm Giuseppe Gambino chiese e ottenne il non doversi procedere dal giudice Marcello Mondello. Dopo anni di silenzio, in tv un appello ad indagare sull’omicidio di Graziella, mentre pentiti di Cosa Nostra avevano raccontare la spietata pianificazione dell’omicidio della giovane e a Reggio Calabria il collaboratore di giustizia Salvatore Giorgianni aveva rivelato al pm reggino Francesco Mollace anche dell’intervento di Santo Sfameni per condizionare l’esito del primo processo archiviato nel 1990. 

    La prima sentenza per l’omicidio di mafia di Graziella Campagna arriva solo dopo 19 anni. Ad emetterla è la Corte di Assise di Messina che, dopo un primo processo vergognosamente archiviato e un giudice condannato per mafia, nel dicembre del 2004 ha sentenziato ergastolo per gli esecutori, il boss palermitano Gerlando Alberti junior e il suo picciotto Giovanni Sutera, e favoreggiamento aggravato per Agata Cannistrà e Franca Federico, rispettivamente collega di Graziella e titolare della lavanderia. Poi l’indulto e la questione procedurale della decorrenza dei termini della custodia cautelare di Gerlando Alberti Junior e Giovanni Sutera, fuori dal carcere per il ritardo – quasi due anni – nel deposito della motivazione della sentenza di condanna. Ancora oggi, come allora, c’è un silenzio pesantissimo sui mandanti. Ma i colpevoli in questi venti anni sono stati anche altri; e non solo i mandanti ancora sconosciuti e la magistratura collusa. Tutti coloro che, pur sapendo hanno taciuto. E le omissioni e le connivenze sono notevoli e gravi quando il giudice che ha archiviato il primo processo contro Alberti junior e Sutera, Marcello Mondello, viene poi nel 2008 condannato in primo grado a Catania a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa; quando un fratello carabiniere, come Piero Campagna,  ammette di essere stato costretto ad indagare in proprio. Verrebbe da pensare a tutte le vittime di mafia le cui vicende giudiziarie non hanno avuto seguito perchè non sono riuscite ad oltrepassare il muro di connivenze e omertà che si impone loro. Un processo durato sei anni, con 56 udienze per decretare la colpevolezza di Alberti junior e Sutera per omicidio premeditato commesso durante la loro latitanza a VIllafranca Tirrena, dove vissero per anni sotto falso nome. Poi il processo di appello presso la Corte di Assise d’Appello di Messina presieduta da Giuseppe Armando Leanza, recentemente conclusosi con la conferma delle condanne e la derubricazione a favoreggiamento semplice, andato in prescrizione, per Francesca Federico. L’istanza di scarcerazione di Alberti J. e Sutera è stata rigettata dal Tribunale del Riesame nel maggio scorso. La sentenza di secondo grado giunge dopo il rigetto da parte della VII sezione penale della Corte Cassazione, presieduta da Claudio Vitalone, della richiesta di remissione del processo ad altro tribunale per legittimo sospetto. Anche questo un processo complesso, costellato di rinvii e che conterà, tra i gli atti acquisiti, anche le intercettazioni sulle conversazioni tra il giudice Marcello Mondello e l’imprenditore Nino Sfameni, figlio di don Santo Sfameni patriarca di Villafranca e numero uno di Cosa Nostra per la provincia di Messina. Un processo che annuncia il capitolo finale dinnanzi alla Corte di Cassazione, con inizio a gennaio, con tutte le parti: l’avvocato Antonello Scordo per Alberti jr, l’avvocato Carmelo Vinci per Sutera, l’avvocato Vittorio Di Pietro per Cannistrà e Federico e la parte civile, i familiari di Graziella, rappresentata dall’avvocato Fabio Repici. Un’epopea ancora senza mandanti.