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Lo scandalo del francobollo anche sulla Riviera

1 Novembre 2008
in Storie
Tempo di lettura: 4 minuti
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copertina_reggio.jpgda La Riviera – Un’onda dalla spaventosa potenza distruttrice, degna di un apocalittico film di fantascienza, è la protagonista del francobollo commemorativo del sisma che nel 1908 rase al suolo Reggio e Messina. Senza nulla togliere alla bellezza dell’illustrazione, appare comunque inspiegabile il ruolo comprimario di Reggio che appare solo sullo sfondo, come una non meglio identificata

quinta scenica o un accessorio prospettico. La dicitura è lapidaria: “Terremoto di Messina”, di Reggio nessuna parola. E’ vero che Messina registrò più vittime, ma perché era più grande, e certamente era diverso il suo patrimonio artistico. I primi a denominare l’evento furono Mercalli e Baratta, che lo definirono “Terremoto calabro-siculo” (come è descritto anche nel francobollo emesso dall’Ordine di Malta). Sia da un punto di vista storico che geografico queste due città sono sempre state inseparabili, anche se divise, come i due volti di una stessa medaglia. Lo Stretto ha sempre vissuto la dicotomia tra le due sponde, tra Scilla e Cardiddi. Un luogo tormentato dalle vicende orografiche, dove la storia ha unito latinità e grecità e la geografia il mare e la terra. Da un punto di vista marcatamente tecnico lo Stretto è un tutta una provincia tettonica, denominata “Arco Calabro-Peloritano”, le montagne sono fatte della stessa pietra, formatasi nella medesima era geologica.

Queste due città sono sempre state due sorelle, certo a volte divise da momenti di ostilità storica, ma entrambe affacciate sullo stesso specchio di mare. Una sottile lingua d’acqua salata che per decenni ha rappresentato una sfida per chi volesse traversarla a nuoto, in canoa, in deltaplano.

Due sorelle unite anche nella tragedia. Questo francobollo sembra dimenticare le vittime della provincia di Reggio, e i numerosi danni riportati dalle abitazioni e dai monumenti. Lo stesso nome antico della Calabria, Enotria, deriva dall’ebraico Nother e significa “Terra Tremante” (non “Terra del Vino”, come erroneamente si crede).

Reggio non era nuova a questo tipo di disastri. Nel 1783 aveva subito uno dei sismi più forti mai registrati in Italia, dopo il quale Ferdinando I di Borbone aveva promulgato un regolamento antisismico avanzatissimo per l’epoca, alcuni dei cui principi sono risultati validi anche in tempi moderni. Purtroppo l’indiscriminata edilizia post-unitaria vanificò completamente gli sforzi del Re Borbone. Successivamente, nel 1905 e nel 1907 ci furono altri due sismi, ma nessuno si sarebbe mai aspettato a così breve distanza un’altra catastrofe di queste proporzioni. La popolazione fu colta nel sonno, a tradimento, alle prime luci dell’alba. La disperazione riecheggia ancora nei racconti degli scrittori dell’epoca, atterriti, increduli: “[…]una pianura livellata su cui non si eleva più nulla…le altre due vie parallele al corso Garibaldi e al corso Aschenez, sono completamente chiuse dalla enorme quantità di rottami e dagli incendi che fumano da ogni lato” scrive Il Mattino di Napoli. Così descrive Maxim Gor’kij :“[…]si alza in cielo un’onda di altezza smisurata, e avvolta in una bianca schiuma, si piega, si frantuma e precipita sulla riva, avvolgendo, col suo terribile peso, cadaveri, edifici e macerie, schiacciando, annegando e, senza fermarsi sulla riva, dilaga e trascina con sé tutto ciò che afferra: barche, porte, mobili, donne, bambini, preti, operai, soldati, studenti, e finalmente ritirandosi risucchia tutto verso il mare, lanciandolo sugli scogli, uccidendo chi è rimasto vivo”. Dodicimila vittime solo nel centro urbano. L’onda di tsunami arrivò fino a Siracusa e Palermo, ma i danni maggiori li subì la zona di Pellaro, dove la costa arretrò di ben 70 metri.  A Cannitello le onde raggiunsero l’altezza di 10 metri.  Il Terremoto di Reggio e Messina fu uno dei primi eventi che vide compatta l’Italia nei primi decenni della sua unità. Grande fu la solidarietà nazionale ed internazionale. I marinai russi dell’incrociatore “Aurora” furono tra i primi a prestare assistenza. Arrivarono anche i soccorsi degli Inglesi, che non mancarono di far notare nei loro rapporti l’inefficienza della rete di protezione civile italiana, che allora era solo abbozz

ata, nonostante i moniti dei sismologi.  Se è vero, come sottolinea Stefano Iorfrida, presidente dell’Associazione Culturale Anassilaos di Reggio, che la filatelia è sempre stata strumento prezioso per conoscere la storia, la geografia, le scienze, la letteratura del proprio paese, questa dimenticanza suona come un tradimento “un volontario e deliberato atto di ignoranza”. Non importa da chi provenga, se sia la Città di Messina ad aver voluto obliare la sua sorella dello Stretto, o se sia o se sia una dimenticanza voluta o non voluta, se si tratti solo di inammissibile non conoscenza, di trascuratezza, la verità è che questo francobollo è come una coltellata nella schiena, un’offesa al tributo di morti offerti dalla città di Reggio.

E non è banale retorica: sunt lacrimae rerum.

Lidia Zitara

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