di Anna Foti – 300 mila persone salvate dai lager serbi e dalla morte. Una città sottratta ad una completa occupazione. Il tunnel di guerra a Sarajevo ha rivestito un ruolo fondamentale per la comunicazione militare e lo spostamento dei gruppi armati, per la sopravvivenza della popolazione civile bosniaca e il trasporto di cibi, acqua e medicine, per il funzionamento degli organi di governo e l’ingresso di parlamentari durante il conflitto dei primi anni Novanta. Mentre l’esercito serbo di Karadzic, l’uomo di Milosevic per la Bosnia, assediava la città, proprio sotto l’aeroporto della capitale bosniaca, un passaggio stretto e segreto consentiva di attraversarla in sicurezza. Si trattava di una sicurezza insolita poiché, nonostante si camminasse spesso nell’acqua e con i cavi elettrici da una parte e il tubo per la nafta dall’altra, ciò era comunque meno rischioso che passare allo scoperto mentre i serbi lanciavano granate.
E’ la fine del 1992 quando i serbi intraprendono la pulizia etnica in Bosnia; quando Sarajevo viene occupata e tagliata fuori dai territori liberi; quando nel cuore dell’Europa del XXI secolo si uccide per ragioni nazionalistiche. Fu allora che due ingegneri, Brankovic e Sero, chiamarono a sé altri geometri per l’elaborazione di un progetto per la costruzione di un tunnel scavato sottoterra. Fu fin dal principio un’istanza del popolo. I punti di partenza furono Dobrinja e Butmir. L’enorme segretezza che circondava il progetto ne segnò il ritardo per il reperimento di mezzi e risorse. Dopo un iniziale stallo, i lavori ripresero nel marzo del 1993 quando il conflitto con i croati imperversava. I lavori proseguirono dalle due estremità verso la metà strada. Solo nel luglio del 1993 due scavatori provenienti dai lati opposti si incontrarono. Il tunnel era stato finalmente tracciato e con esso un confine all’interno di una stessa città. Era lungo 800 metri, largo1 metro circa e alto 1,5. Presentava un percorso con curve, una discesa e una salita di circa 200 metri. Il suo punto più profondo era in corrispondenza dei 5 metri sotto l’aeroporto, in quel momento nel controllo dell’Onu ma difatto non nella disponibilità dei bosniaci. Furono scavati circa 2800 metri cubi di terra, istallati circa 170 metri di costruzioni in legno e circa 45 tonnellate di metallo. Il tunnel fu inaugurato dal passaggio di un grande gruppo di soldati che riuscì grazie ad esso ad uscire dal monte Igman, assediato dalle milizie serbe, e a raggiungere la parte opposta della città. Presidiato dalla polizia, il tunnel veniva controllato attraverso il telefono militare. Inizialmente il trasporto di persone ferite, medicine, cibo, sigarette, armi, nafta avveniva a spalla e a mano. In un secondo momento furono utilizzati 5/6 carrelli che con il tempo divennero 24. Il passaggio avveniva di notte e a senso unico alternato e a gruppi di massimo 1000 persone con le spalle cariche di cibo – fino a 50 kg – acquistato in Croazia e trasportato a Butmir attraverso l’Igman. Un passaggio medio di 4000 persone al giorno.
Oggi un piccolo tratto di quel tunnel è diventato museo e presidio di memoria. Una traccia suggestiva di come una città si trasformi quando è in guerra. Anche quando quella guerra è portata da altri. Proprio lungo quella strada oggi la stessa Sarajevo è divisa perchè, secondo l’attuale assetto istituzionale la Bosnia è divisa in Repubblica e Federazione. Basta un passo per andare dall’altro lato. Una frammentazione ereditata dagli accordi successivi alla guerra. Una divisione che rammenta che un tempo lì scorreva sangue.




