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I luoghi remoti della parola

6 Ottobre 2008
in Storie
Tempo di lettura: 2 minuti
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sarajevo2.jpg
di Anna Foti-
La città dove la storia del Novecento ha avuto inizio e fine è la città dove le vivide contaminazioni culturali diventano leggenda come quella della fontana del quartiere turco – Bascasija – e della sua acqua corrente i cui sorsi regalerebbero il sogno di un ritorno nei cuore dei Balcani. E’ Sarajevo. Qui la poesia continua a ravvivare il ricordo di Izet Sarajlic e a coniugare versi e note al Kino Bosna.

Il teatro infatti ha ospitato nella serata di ieri e in quella di sabato le altre due tappe della settima edizione degli Incontri Internazionali di Poesia promossi dalla Casa della Poesia di Baronissi – Salerno – e dall’Ambasciata italiana a Sarajevo. Una manifestazione che ha avuto il pregio di avere tanti padroni di casa. Quelli nati in questi luoghi e quelli adottati dalla lingua serbo-croata, manifestatasi particolarmente materna e generosa, e dalla lingua italiana, ovunque apprezzata. I poeti si sono alternati sul palcoscenico leggendo i loro versi in lingua originale mentre uno schermo e l’opera degli instancabili traduttori – Sinan Gudzevic, Raffaella Marzano, Ivana Varunek, Giancarlo Cavallo, Franco Paris, Sandra Mitrovic, Josip Osti, Valentina Confido, Alessio Brandolini – accorciavano le distanze e sprigionavano in sala il senso di ciascuna lirica. Dalla profondità che sottende il tra-di-re di Jasmina Ahmetagic per la Serbia, all’ironia che si spinge a ritroso fino ai tempi dei Romani di Sinan Gudzevic per la Serbia e la Croazia; dalla carica di Marco Vesovic e del giovane Almir Kolar, per la Bosnia Erzegovina, al poeta che ha in sè la crudele pietà di ogni primavera di Giuseppe Conte e alle parole senza padroni di Giancarlo Cavallo, per l’Italia. Dai paesaggi marittimi di Giacomo Scotti, per l’Italia e la Croazia, al costante richiamo alla città di Trieste di Miroslav Kosuta, per l’Italia e la Slovenia. Dalle immagini che diventano liriche di Guadalupe Grande, per la Spagna, al canto di libertà di Abdellatif Laadi per il Marocco e al taccuino del portoghese Ivo Machado. Così in quei luoghi remoti che la parola può svelare, la poesia si conferma come sinfonia della resistenza, capace di tracciare collegamenti che consentano di sopravvivere all’apocalittico avvenire cui interi popoli sembrano condannati. Come lo sono stati i popoli dei Balcani. Forse qualcuno in sala vuole parlarne ad alta voce per farsi sentire, ma viene allontanato. Come se la poesia non si occupasse anche di dolore. Come se non fossero morte anche le parole quando la notte tra il 25 e 26 agosto del 1992 veniva bombardata la Libreria Nazionale e bruciavano oltre due milioni di libri. Libri in fiamme e poesia insanguinata. Ma lingue diverse possono riscattare quel dolore, purchè sia lasciato emergere. A Sarajevo quel dolore affonda ancora in quella terra che ha visto morire, in quattro anni di guerra, oltre 11 mila persone. A Sarajevo c’è bisogno di lingue che ritrovino parole nascoste sotto le macerie.

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