
di Anna Foti – Potenzialmente appetibile per la vicina Russia, già impegnata nella sua politica di espansione economica ed energetica in Croazia. Costellata da banche di microcredito turche, colme di tracce del mondo arabo, cuore pulsante dell’Europa. La Bosnia si conferma complessa e variegata al punto da ospitate contaminazioni culturali e religiose e da riflettere tale molteplicità anche sulle sue prospettive. Eppure per l’ambasciatore italiano a Sarajevo, Alessandro Fallavollita non ci sono dubbi, l’unica possibilità per i Balcani è l’Europa.
Abbiamo raccolto le sue considerazioni in occasione della settima edizione degli incontri internazionali di Poesia, nati dal progetto della Casa della Poesia di Baronissi Salerno in collaborazione con l’Ambasciata Italiana a Sarajevo, svoltasi nella capitale bosniaca all’inizio del mese di ottobre.
Come è cambiata la Bosnia dal dopoguerra ad oggi?
Negli ultimi 13 anni, dopo gli accordi di Dayton, la Bosnia ha compiuto dei progressi importanti specie nel campo della stabilità e della sicurezza. Basti pensare che la forza militare, che una volta raggiungeva i 50 mila uomini, adesso conta poco più di 200 unità. Altro aspetto attiene alla capacità del paese in vista dell’importante sfida europea. In questo senso c’è ancora molto da fare.
Come descriverebbe l’attuale situazione politica del paese?
Uno stato centrale, due entità di cui una divisa in cantoni con municipalità. 180 ministri e 13 parlamenti. Oggi la Bosnia paga lo scotto di un’adeguata struttura ereditata dagli accordi successivi alla guerra, in cui risulta altamente difficile amministrare. A ciò si aggiunga che esistono forti interessi etnici legati alle componenti croate, bosniacche musulmane e serbe della cittadinanza e che queste alimentano una complessità istituzionale che non agevola la convivenza, specie dopo un conflitto sanguinoso.
Quali le note positive?
Direi che la nota positiva è rappresentata sicuramente dall’avvio dell’integrazione europea. Nel giugno scorso è stato firmato l’accordo di stabilizzazione, primo passo nel percorso di ingresso in UE. Adesso la Bosnia dovrà attuare le disposizioni previste nell’accordo e seguire gli ulteriori passaggi fino ad arrivare alla concessione, e noi speriamo avvenga presto, dello status di paese candidato. Ci vorranno anni per una effettiva integrazione, ma un recente sondaggio ha rivelato che ciò infonderebbe fiducia nella gente, essendo stato registrato l’80% dei consensi nella popolazione.
Quali le questioni critiche?
Uno dei problemi principali è rappresentato da una forte retorica nazionalistica ancora molto presente nelle forze politiche.
I partiti politici, infatti, tendono ancora a difendere gli interessi del gruppo etnico di appartenenza, trascurando il bene comune e l’interesse nazionale. Confidiamo che l’integrazione europea possa favorire un miglioramento della situazione e forse anche un ricambio della classe politica del paese, al fine di suscitare maggiore fiducia nella società civile.
Anche con riferimento all’integrazione etnica, le ferite della guerra sono ancora molto vive e in questa città ogni famiglia ha una persona cara morta in guerra e, dunque, una storia dolorosa alle spalle. Credo che una migliore situazione socio-economica, che l’ingresso in Europa dovrebbe produrre, possa concretamente favorire anche il processo di convivenza.
L’Europa: obiettivo o soluzione per la Bosnia?
Direi entrambe, dal momento che non ci sono alternative all’opzione europea. Qui siamo nel cuore dei Balcani, una zona strategica per la stabilità di tutta l’area.
Dunque non sembrerebbero esserci dubbi sul futuro della Bosnia. Solo una questione di tempo e l’ingresso in Europa garantirà un futuro di benessere e pace nell’intera area. Ma forse chi intravede nel futuro dei Balcani qualche complicazione adesso ancora latente, non sbaglia.




