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Storie di calcio..ma non solo

20 Settembre 2008
in Storie
Tempo di lettura: 3 minuti
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loccisano.jpg
di Ilario Bali –
Circa trent’anni fa di questi tempi era a Trigoria a dar man forte a Nils Liedholm per sfiancare per benino Falcao e compagni. “ mi chiamava amichevolmente Muller perché come il grande Gerd non avevo una statura eccezionale e lo aiutavo- racconta- durante le partitelle

infrasettimanali”. Ora si ritrova in un campetto di un paesino di provincia, ristretto, in sintetico, ad insegnare ai ragazzini i veri valori del calcio. Ma non chiamatela parabola discendente. Perché quella di Giuseppe Loccisano da Caulonia è stata la classica scelta di vita. Nato quasi settant’anni fa nella vecchia Castelvetere da piccolissimo si è trasferito nella capitale dove da subito ha iniziato a tirare calci ad un pallone. Dopo una lunga gavetta passata tra i dilettanti del Lazio decide di intraprendere la carriera da allenatore facendo tutta la trafila fino ad sbarcare nell’universo professionistico. Lo volle Gaetano Anzalone in persona alla guida del settore giovanile della sua Roma e lui lo ripagò fregiando il club giallorosso del titolo di campione d’Italia categoria allievi. Tra le sue casacche tanti ragazzini che poi sarebbero diventati qualcuno: Andrea Silenzi, Ubaldo Righetti, il cobra Sandro Tovalieri fino ai più giovincelli Simone Tiribocchi, oggi punta del Lecce e Daniele Galloppa, in forza al Siena. Nel frattempo Giuseppe si sposa con Elsa, che ricambia dando alla luce due bambini anche loro cresciuti da lupacchiotti. Un quadretto familiare così perfetto da fare invidia a quelli del Mulino Bianco. Eppure, come tutte le cose belle, gli imprevisti sono dietro l’angolo. Elsa si ammala, stroncata da un infarto che inesorabilmente la strappa all’affetto della sua famiglia. E siccome le disgrazie non vengono mai da sole anche Giuseppe conosce un momento difficile per un’ischemia cerebrale, ma per due trapassi in un colpo solo l’Uomo del Paradiso ha detto no. Così Loccisano continua a vivere senza accanto la donna della sua vita e in un certo senso decide di continuare l’opera di sua moglie, insegnante di catechismo, entrando a far parte dell’Ordine dei Padri Canossiani come missionario, senza tuttavia prendere voti. L’unica vocazione che sente è quella di ritornare nel paese che gli ha dato i natali per dare forma ad un oratorio dove insegnare non come si gioca a calcio ma come concepire il calcio inteso come fattore di crescita sociale: “ non sono qui per spiegare ai ragazzi se è meglio giocare a zona o a uomo- afferma- ma sono qui in veste di educatore per far capire loro capire l’importanza di condurre una vita tranquilla in relazione allo sport e ai valori che esso porta avanti”. In poco più di un mese circa un centinaio di bambini, che agli allenamenti si presentano con trenta minuti di anticipo, hanno risposto presente all’appello del tecnico romano, anzi cauloniese, dal momento che è intenzionato a spostare la residenza dalla capitale in Calabria: “ Ho voglia di fare qualcosa di positivo per il mio paese- spiega- è un progetto al quale tengo moltissimo e sono convinto che mi darà grandi soddisfazioni”. Un po’ Serse Cosmi e un po’ Carletto Mazzone Loccisano ma sempre fedele all’idea che egli stesso si è fatto del calcio. Uno di quei personaggi con il quale, anche se ci si parla da cinque minti, darsi del tu viene naturale. E un pensiero alla sua Roma, che sta attraversando un momento di crisi, non rinuncia a rivolgerlo: “ non è partita certo alla grande- dice- ma se Spalletti riesce a recuperare un po’ di acciaccati, la squadra può tornare sui livelli dello scorso anno”. Reggina permettendo, ovviamente.

 

                                                                                                     Ilario Balì

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